giovedì 21 novembre 2013

Santuario

Giornate come questa rallegrano il respiro.

Nel freddo, il sole è un gioiello, il cielo una sciarpa di seta.

Mi rincantuccio nel cappotto e provo qualcosa che si chiama felicità: lo stupore di esistere.
Il gelo purifica tutto, ogni cosa diviene specchio e cristallo.
Io sono una statua di marmo, le guance levigate dal lavorio sottile dell'aria.





Penso raramente alla “spiritualità”. È una parola che non mi piace nemmeno molto e che non riesco a collocare nel lato serio dell'esistenza.
I miei altari sono fatti di piccoli oggetti, wunderkammer di ninnoli da rimirare, inquieti e giocosi insieme.
La mia religiosità è un libro nella borsa, un pensiero che riaffiora dall'infanzia, un miagolio insistente sotto la finestra. Una giornata con le mani nelle tasche del cappotto, che spazza via le agitazioni della sera prima. 


Il gelo è un santuario – come il silenzio, come il vociare indistinto che si disperde in lontananza.



Wunderkammer - foto scattate in un appartamento a Parigi nel luglio 2013.


martedì 19 novembre 2013

Ci vuole la licenza

Ho avuto una professoressa, alle medie, che mi diceva che non potevo scrivere come scrivevo perché ci voleva la licenza poetica. 
Intendiamoci, non ero Leopardi, era lei che probabilmente correggeva i temi tramite una pratica griglia prestampata: tutto ciò che straripava i bordi doveva essere giudicato non corretto.

I capelli grigi, ispidi e ricci, il viso scavato e l'occhio un po' pesto, la prof d'italiano delle medie non aveva mai conosciuto in vita sua la creatività. Lungi da me giudicare una persona vista solo 5 ore a settimana per 3 anni, ma ricordo che l'insegnante di matematica aveva un modo decisamente più vispo di presentarci le equazioni, ad esempio. 


Cosa dovrebbe insegnare una prof d'italiano? 

A leggere e a scrivere. 
Ora, posto che a 11 anni un ragazzetto sappia già leggere, una prof d'italiano dovrebbe quanto meno non fargli schifare quei parallelepipedi sfogliabili che gli piazza davanti. 
E quindi che fa? S'inventa l'Ora di lettura
Non so, onestamente, se fosse una tradizione in uso anche in altre scuole o un improvviso guizzo d'inventiva della nostra prof. 
So solo che funzionava così: 
  • Tu, giovane scolaro, recati all'armadietto della classe.
  • Scegliti un grande classico.
  • Torna al tuo posto e restaci un'ora intera senza fiatare.
  • LEGGI!!!! 
In silenzio, a capo chino, 20 teste dovevano leggere, 20 paia d'occhi dovevano percorrere filari di lettere senza aver ricevuto la benché minima indicazione prima. 
Nessuno che chiedesse loro “Cosa stai leggendo, cosa vorresti leggere, perché hai scelto questo libro – perché è corto -, perché ti piace o perché proprio no?”
No, le domande non esistevano. Non erano contemplate. 
Si doveva solo leggere. Per un'ora, il venerdì mattina. 


Ho sempre amato i libri, quindi non avevo bisogno di essere invogliata ad aprirli. Ma per me, che ho campato con Bianca Pitzorno e tutta la combriccola del Battello a vapore fino a 14 anni, è stato un trauma abbandonare la letteratura per l'infanzia – è stato un trauma abbandonare l'infanzia in generale, ma questo è un altro discorso – e non trovare subito nessun sostituto altrettanto valido. 
Sarebbe bastato qualche consiglio. 
Che giunse un bel giorno sotto forma di Guerra e pace, accompagnato dal seguente ordine: “Dato che farai il liceo classico devi iniziare a leggere qualcos'altro”
Non ho fatto il liceo classico e non ho mai letto Guerra e pace

Per la scrittura, ho subito imparato che valeva la stessa regola: meno usi la fantasia, meglio è. 

Da qui la frase, ripetutami ad ogni consegna di tema: “Ti ho dato Buono perché hai usato qualche licenza poetica e non puoi.” 
Va tu a capire cosa mai potevo aver scritto di poetico in un tema a scelta tra: 
  • Descrivi la tua giornata tipica. 
  • Descrivi il tuo gatto (e non avevo un gatto)
  • Descrivi la gita scolastica al parco naturalistico di Cervia
A parte l'osservazione dei diversi tipi di escrementi degli animali del parco o lo studio del terreno tramite carotaggio, non ricordo altri momenti che abbiano potuto ispirare la mia penna a farsi più audace. 
Ma questa storia della licenza poetica ritornava ogni volta. 
Me la visualizzavo come una pergamena vergata a mano, un sopraffino lavoro di cesellatura amanuense, che ti veniva consegnata con tanto di inchino: ora signorina Lei può scrivere come più le aggrada. E iniziare le frasi con “E”. 

Tutte le volte, mi domandavo sempre “Ma per prenderla come si fa? La devi richiedere? Devi fare qualcosa di particolare? Devi aspettare di aver compiuto una certa età? E poi cosa te ne fai?”. 

È un dubbio che mi porto ancora addosso.

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