lunedì 20 giugno 2016

Fortunata

Un post sentimentale. È l'età. 


Apro gli occhi e lo vedo. È l'albero senza nome, tutto impettito davanti alla finestra. Le foglie verde chiaro sono screziate dalla luce del sole. Lo vedo e penso “Sono in campeggio”. Campeggio vuole dire libertà e felicità imminente, vacanza, aria fresca, passeggiate indolenti e chiacchiere. Apro gli occhi meglio e riconosco i contorni della mia camera da letto. No, non sono in campeggio. Eppure è come se lo fossi, così mi sento. 
Sono fortunata. Sono nel bel mezzo del mio mese preferito. 

Maggio mi ha insegnato a fermarmi, a dilatare i tempi a dismisura, ad accettare che felici è bello, ma felici apposta è disumano. È stato il mese più lungo dell'anno. Forse lo sapevo già prima che iniziasse e l'ho atteso come si attende un parente noioso e borbottante, che sai già si stanzierà nel tuo salotto più del dovuto. Quel parente che ancora non approva che tu porti i capelli corti pur essendo femmina – proprio non lo concepisce – o che ti giudica dalle scarpe. Ma alla fine, quando se ne va, ti insegna le cose di cui sopra. Soprattutto ti insegna che esiste. 

Poi è iniziato giugno, il mese notoriamente più bello dell'anno, quello che attendo con frenesia dal primo di gennaio. Il mio entusiasmo per questo mese di ondeggianti papaveri e spighe dorate è presto spiegato: c'è il mio compleanno. 
Il 10 giugno di quest'anno ho compiuto trent'anni. 
Non ho nemmeno fatto in tempo ad accorgermene che già me ne vado inesorabilmente verso i trentuno. E sono sempre io. 
Sono fortunata. Questo giugno è una scatola ricolma di regali. 




Ci sono accadimenti che più di altri ti fanno dire grazie. Con l'aria instupidita e un poco boccheggiante. Grazie. 
Ogni tanto mi vengono delle idee balzane, che poi,  così come arrivano, se ne vanno, perché abbondo di idee ma pure di pigrizia. L'idea in questione era proprio scrivere un bigliettino di ringraziamento. Mi sono bloccata quando ho iniziato a pensare a chi. E cosa dovessi scriverci. Grazie e basta? O grazie per – che ne so, una cosa generica: grazie per il tuo sorriso solare, per avere sempre la parola giusta al momento giusto, per la sopportazione, per il pane quotidiano? 
Mi sono bloccata soprattutto perché mi è sorto il dubbio, a un certo punto, che non volessi farlo esattamente per l'altra persona, ma per me. Certo, è bello dire grazie, quasi più facile che sentirselo dire. 




Sono fortunata. 
Per miliardi di cose minuscole. 
Apro gli occhi e vedo un albero di fronte alla mia finestra. 
L'undici giugno ho scritto sul mio diario “Sono fortunata” e il 13 mi è stata recapitata nella buchetta della posta una spilla con su scritto “Fortunata” e queste cose piacciono da morire al mio cervellino. 

Sono circondata da persone che mi vogliono bene e non hanno nessuna paura di dimostrarlo: amano farmi sorprese per vedermi ridere come se avessi cinque anni, mi prendono in giro nella speranza che finalmente impari a non prendermela troppo, mettono su una corale per cantarmi Tanti auguri a te, mi tagliano i capelli, mi confidano le cose più assurde, mi salutano come Pocahontas saluta John Smith, mi cercano nel momento del bisogno, sono presenti, sono vicine, sono sincere. 
Esiste forse fortuna più grande di questa? Non credo. Sul serio, non credo. 

E quindi grazie.

venerdì 3 giugno 2016

The Shadow Planet



Ovvero, di quando visitai un pianeta sconosciuto col solo ausilio di una torcia, 
un casco appannato e una bombola dell'ossigeno che cadeva sempre. 

Un bel giorno, atterrate su un pianeta inospitale, tutto roccia, freddo e nebbie. 
Intorno a voi, il nulla assoluto e qualche suono sinistro di tanto in tanto. 
Se allargate l'immagine, nel nulla assoluto vedrete comparire una truope e avvertirete la presenza inquietante di un fiume nel buio. Scoprirete ben presto che il suo unico scopo è creare tensione e accogliere i tonfi di sparuti massi cadenti. 
Avrete così, di fronte ai vostri occhi sbarrati, le condizioni ideali per girare il trailer di un film horror-fantascientifico anni '60. 

martedì 17 maggio 2016

Sedici anni



La prima cosa che ho pensato stamattina appena aperti gli occhi è stata “Cavolo, ma io non ho sedici anni”. Cosa che so con certezza da 5090 giorni, ma che evidentemente non avevo ancora compreso in maniera così profonda. 

A 16 anni spalancavo gli occhi alle 6 del mattino, prima della sveglia. Per me, bastava che albeggiasse – sul muro accanto al mio letto comparivano file di perline color ambra, tremolanti e ordinate. Il sole sorgeva sul paesello, salendo piano dietro alle colline, infilandosi di sbieco attraverso le fessure della tapparelle. Dall'alto del mio letto a castello, mi stiracchiavo e saltavo giù.

Ricordo quella primavera, la ricordo bene. 
Fu in quel periodo che imparai a creare uno stile nel vestirmi. Oh, certo, era uno stile del tutto discutibile, a pensarci adesso, ma era mio. Quella mattina di 14 anni fa, saltai pimpante giù dal letto perché la mia mente iperattiva aveva ideato un nuovo abbinamento: pantaloni color verde salvia, larghi; canottiera lavorata a maglia in tessuto pesante viola acceso; cardigan larghissimo e lunghissimo grigio mélange (altrimenti detto il maglione di mio nonno). Non potete comprendere il mio dispiacere nel dirvi che purtroppo non ci sono foto che documentino l'evento. 

Con versatilità e noncuranza, alternavo uno stile bohemienne (tradurre: qualsiasi cosa tu stia indossando, buttaci sopra una sciarpa) a uno più dark (vediamo, quante cose nere riusciamo a mettere l'una sull'altra oggi?). 
A 16 anni bastava questo. Bastava inventarmi un nuovo abbinamento da sfoggiare in classe. Quella mattina – la mattina della canottiera in mai identificato tessuto pesante – l'aria era fresca e pulita, mentre me ne stavo seduta sulle scale d'ingresso della scuola, in attesa della campanella. 



Non mi ero mai considerata un'adolescente felice fino a stamattina, quando è suonata la sveglia e mi sono detta “Cavoli, ma io non ho sedici anni”. E l'ho pensato avvertendo una mancanza. Mi chiedevo dove fosse finita, quella ragazzetta. Per anni l'avevo dipinta come un essere abominevole, chiuso e scontroso, arrabbiato e triste. Forse si era offesa? Forse per questo se n'era andata? E dove?
Poi mi sono ricordata. 

Ero buffa, buffa come lo sono tutti i ragazzi a quell'età. Ero curiosa e piena di meraviglia e di vita e di idee. Avevo amiche splendide, che sono mie amiche tutt'ora (sentite un dolce suono di violini, ragazze?). 
Un pensiero minuscolo bastava a svoltarmi la giornata – Cosa mi metto oggi? Cosa leggo? Che canzone ascolto? Cosa mi avrà scritto Maria Vittoria sul nostro diario condiviso? 
Aprivo gli occhi alle sei. Bastava che albeggiasse. 

Finalmente, mi sono ricordata.


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