giovedì 29 novembre 2012

Due anni

Sono passati due anni.
Due anni interi, in cui intanto si svolgeva una vita. In questi due anni ho pensato spesso a lei, con un piccolo timore, con un po’ di riverenza.
Sarà cambiata, mi dicevo, non la riconoscerò. E forse lei non vorrà nemmeno farsi riconoscere.
Era questa la mia più grande paura. Trovarla fredda, distaccata, indifferente. Capire che non era intenzionata a farsi scoprire da me, mai più. Perché in fondo l’avevo abbandonata. Sono stata io ad allontanarmi, appena ho avuto il sentore di un suo imminente cambiamento.
Questi pensieri mi hanno resa triste, e poi preoccupata, ansiosa, sempre indecisa.
Finché non ho sentito per caso parlare di lei. Al solo sentirla nominare, sono stata invasa da un entusiasmo frizzantino, come se mi avessero stappato una bottiglia di spumante nelle vene. Dovevo subito correre da lei! Perché io, davvero, non vedevo l’ora di rivederla.

Cade una pioggerella leggera, quando esco per andare a trovarla. Una di quelle piogge impalpabili e dolci, quasi eteree, ma un pochino cocciute, se decidono che hanno voglia di impregnarti il cappotto. È già buio, anche se non sono ancora le sei. Il passo svelto come al solito, la testa un poco china, vado dritta verso la mia destinazione. Il portone del palazzo è spalancato, il grande scalone silenzioso e vuoto. Salgo senza nemmeno pensare. Seguo le luci delle sale, il vociare sottile. Mi guardo intorno, non so bene dove andare, non so dove trovarla.
"Ha bisogno?" la signora al punto informazioni mi rivolge uno sguardo gentile, e in quel momento capisco. Capisco che dovrò parlare, dovrò chiedere, se voglio sapere dov’è.
"Ehm, sì…la biblioteca moderna?"
Lo spumante che mi gorgogliava nelle vene punta dritto alla mia testa. Scoppietta e sale ad una velocità sconvolgente, bruciante e allegro come ad una festa, e mi si catapulta in faccia senza che io lo possa fermare. Mi incendia. Non mi posso vedere, e ne sono contenta, perché so di non essere più del mio rassicurante color osso di luna. So di essermi accesa, come un falò, come un semaforo, come vino in un bicchiere. Un vin brulé.

Quando finalmente entro in biblioteca mi sembra di avere 6 anni e di avere imparato a leggere ieri. Mi imbevo gli occhi di libri, con il sorriso che galleggia, il respiro ancora affannato, ancora intimidito.
Lei è cambiata, questo è vero, ma solo perché si trova in uno spazio diverso, solo perché ora devo salire le scale, per arrivarci. Bloccata da uno scalone, non mi sono più fatta vedere per due anni interi. Se fosse una che se la prende, si sarebbe fatta trovare chiusa. E invece i suoi libri sono tutti qua, i suoi scaffali si protendono verso di me perché io li sfiori. Non mi avvicino subito – sono lenta, nel fare conoscenza - e li circumnavigo ancora un po’, camminando piano, le guance rosse, le labbra all’insù.
Il cuore è emozionato, e ho paura che lo si possa sentir tamburellare, con questo silenzio.

domenica 4 novembre 2012

Almeno un'ora

La regola "Scrivere almeno per un'ora tutti i giorni" è da me seguita con la stessa costanza che dedico all'altro unico impegno extra lavorativo serio che mi sono presa: "Fare un po' (è sempre  molto rassicurante la vaghezza dell'un po') di addominali tutti i giorni". In un pomeriggio particolarmente ispirato ne faccio 12, il giorno dopo ho i crampi e decido con soddisfazione che il mio corpo si è allenato abbastanza e che i prossimi 12 li posso fare il mese venturo. I miei confronti con la penna sono altrettanto fulminei e il risultato è che non arrivo mai a nessun risultato. Se non avvertissi dentro, proprio dietro ai miei riluttanti addominali, l'urgenza della scrittura, non starei certo qui a crucciarmi, e ritornerei al mio bell'hobby pratico e concreto, che potrebbe essere il tiro al piattello o il punto croce. Ma qualcosa ha fatto sorgere in me, alla saggia età di 7 anni e tre quarti, l'idea che io dovessi scrivere, per diletto e per necessità. Ora che la necessità è stata servita e che mi ritrovo a scrivere per lavoro (niente di eclatante, di solito parlo di olive), è la parte del diletto ad avvertire maggiormente la mancanza delle mie attenzioni. 
"Scrivi un'ora - almeno - tutti i giorni" sta scritto a pagina 40 del mio diario di terza superiore. 
"Scrivere un'ora tutti i giorni!!!" esclamo a diciott'anni, tra un delirio filosofico e l'altro.
"Norma, per favore, scrivi! Basta un'ora!" mi imploro raggiunta la soglia dei ventidue, persa tra i flutti del mio naufragio universitario. Devo ammettere che è stato piuttosto sconvolgente sfogliare i miei vecchi diari e scoprire che in tutti quanti avevo scritto la stessa cosa. Un certo orgoglio, invece, si è affacciato sul mio volto quando mi sono accorta che la promessa non l'avevo mai mantenuta. Vecchia briccona! mi sono detta, dandomi una gomitata, non cambi proprio mai! Eh, no. In effetti no.

Il desiderio di mettermi a scrivere mi coglie sempre in maniera improvvisa e spropositata, ma o non è il momento giusto o semplicemente le mie mani preferiscono starsene belle comode nelle loro tasche. Il diario è sempre lì, ma raccoglie solo appunti veloci, una parola o due per ricordarmi che guardando quell'albero ho immaginato quel mondo. E finisce lì.

Sono una di quelle persone che, se potesse, scriverebbe camminando. Il pensiero segue il passo ed è molto più arioso, molto più leggero della parola scritta. Segue un filo, non incontra ostacoli, non si incarta mai. 
Oppure sono i luoghi o gli istanti velocissimi a dirmi di scrivere. Mi capita di avvertire il pulsare di una storia, di appropriarmene completamente, sentire che la comprendo e che potrei raccontarla all'universo, e poi girarmi un secondo e perderla. 
Se si potesse in qualche modo registrare quello che, sommessamente, ti dicono i passanti, o le case in una via, il tappeto umido di foglie nel cortile della scuola, il signore zoppicante che ti chiede indicazioni. Se gli attimi potessero parlare e dirti loro stessi come vorrebbero essere descritti, o se l'impulso dal cervello alla mano fosse più veloce. Se, più di ogni altra cosa, non ci fossero la paura, l'inibizione, il perfezionismo sterile a imporsi tra la sensazione e l'azione...

Ogni volta che mi prende l'impulso di scrivere, alla fine, di solito, mi metto a leggere. E il risultato, in genere, mi convince di più.


domenica 7 ottobre 2012

La verticale

Ad una festa di compleanno, un gruppetto di bambine s'inchiacchiera, mentre guarda incuriosito la festeggiata che scarta i suoi regali.
Il bel pomeriggio ottobrino le attende. Mi invitano a giocare con loro a nascondino, ma solo perché hanno bisogno di qualcuno che conti. 
Corrono, si lanciano sguardi. Osservo la loro piccola società, le micro regole che la governano, i ruoli che hanno intrapreso e che le caratterizzano con precisione, come un abito che si deve indossare. 
Provo ad immaginarle tra qualche anno. Provo a capire cosa le muove. Provo a ricordarmi com'ero alla loro età, e mi pare che fossi esattamente come adesso. Hanno già deciso chi essere, quale parte fare prevalere tra tutte quelle che avevano a disposizione.

Estraggo perle dalle loro conversazioni. Bambina numero uno, La Ginnasta, sta dialogando con Bambina  numero due, della quale mi è appena stato detto "Lo sai che lei ha quattro 10?", e questo è ciò che le mie orecchie ascoltano con divertimento per nulla nascosto.


Ginnasta - Tu la sai fare la ruota?
Quattro 10 - Mh...no
Ginnasta - Io sì. Lo sai fare il ponte?
Quattro 10 - No...
Ginnasta - Io sì. La verticale?
Sul viso di Quattro 10 compare un sorriso. Mi guarda, cercando complicità (grazie alla mia flessuosità da palo di cemento, la trova), e fiera risponde:
Si, la so fare la verticale. Al contrario.

lunedì 10 settembre 2012

Ricordi di un vecchio palazzo




Mi è venuto in mente quando preparavo il caffè nella cucina del tuo vecchio appartamento. La cucina dalle mattonelle anni '70, nel palazzo seicentesco costruito su resti romani. Un intreccio di storie che stava ancora in piedi.
Mi è venuta in mente la luce che entrava dalla grande finestra scrostata in cucina; la ricordo così chiara, come se fosse sempre primo pomeriggio. Del resto, molto probabilmente quel caffè lo stavo preparando in un primo pomeriggio. 
Se ti affacciavi alla finestra, potevi vedere un cortiletto interno e il muro abitato dall'edera, che, col suo ciclico passare da ramo secco a foglia scura febbricitante di api, faceva sempre la mia meraviglia. Ogni tanto mi appoggiavo alla finestra e guardavo fuori, rimanevo lì ferma fino a che non mi dimenticavo che cosa stavo guardando, magari dopo aver fatto il caffè. Di solito lo faccio ma non lo bevo mai. Lo bevi tu.
Mi è venuta in mente quella luce, bianca in maniera irreale, il palazzo deformato dal vetro della finestra. Nella luce c'era davvero qualcosa di non naturale. C'era qualcosa di vecchio; no, di fuori da questo tempo. Qualcosa che sfuggiva al momento che stavamo vivendo - quel caffè, quel pomeriggio - perché quel che era stato vissuto prima era più importante, più presente. Più presente di noi. 
In quella luce, in quella casa non c'era nulla che si potesse possedere: era già tutto così irrimediabilmente posseduto dal tempo, da un tempo vissuto da altri. Sopra ogni oggetto, sopra ogni parete se ne avvertiva ancora l'alone, come di muffa; ma era la luce, era nella luce che si manifestava così apertamente - la luce indistinta e inafferrabile di chi, in quelle stanze, aveva vissuto una volta.



Foto René Mt2

giovedì 30 agosto 2012

Desiderio di fuga

Stamattina ho incontrato un evaso.
Stavo per superare il cancello che porta nel parco, quando le nostre vite si sono incrociate. Io andavo a lavoro, lui chissà. Si è allontanato da me velocemente, guardingo, quasi sperando che non l'avessi visto. Ma come potevo? A quell'ora, a quel cancello, non c'era nessuno, solo io e lui. 
Mi sono voltata a guardarlo: avanzava a piccoli passi, ogni tanto si fermava come a chiedersi "Sarà la cosa giusta da fare?", rimaneva proprio immobile al centro della strada e vedevi la sua indecisione bloccarsi con lui. Poi ripartiva, sempre veloce, incuriosito dall'aria, forse diversa, entusiasta all'idea di quello che l'aspettava, spaventato dalla libertà.
Immaginavo il suo piccolo cuore, immaginavo soprattutto gli sghignazzi che doveva farsi, dentro di sé, a pensare che stava scappando.
Da quanto tempo lo desiderava! Aveva provato a parlarne anche agli altri:
"Ragazzi, dai, andiamo via di qua" 
"Ma sei pazzo? Ma se non c'è niente, c'è solo grigio, e non ci sono tane, dove ti nascondi?"
"Ci siete mai stati? Come potete saperlo? Io voglio vedere cosa c'è là fuori!"
"No, non farlo! Una volta, un giovanotto come te, andò oltre il cancello...e non tornò mai più..."
Ma nulla lo fermò. E così una mattina scappò, incrociando me.
Come potevo fermarlo io, alle 7 e mezza del mattino, con quel silenzio, con quella frescura, col suo codino bianco che appariva e spariva ad ogni salto? L'ho lasciato andare.

Avrei voluto avere 6 anni e niente di preciso da fare, e seguirlo. O anche 18 anni e niente da fare, insomma, una qualsiasi età dell'era scolastica in cui fino al 13 di settembre il tuo spirito è libero e incondizionato. E seguirlo.

Capire dove sarebbe andato, se aveva intenzione o no di tornare indietro. Vederlo correre a nascondersi dietro la prima macchina appena fosse passato di fronte al cancello con i 3 cani, smaniosi di abbaiare a qualsiasi passante, anche quelli che vedono transitare ogni mattina. Scoprire se il minuscolo gatto grigio agguatatore di merli si fosse arrischiato a puntare anche lui. 
Seguirlo e basta, vincendo la tentazione di avvicinarmi per acciuffarlo. Gustarmi con lui la passeggiata, saltellando dentro anch'io, come un coniglio.

Coniglietto incontrato a primavera, quando il parco pullula di figliolanza lapina.

lunedì 30 luglio 2012

domenica 29 luglio 2012

Scrivendo sogni

Il mondo del sogno ha sempre avuto il potere di ammaliarmi. 
Ogni mattina dipano con cura la matassa intricata che la notte mi cuce in testa. 
I miei sogni. A volte li scrivo. A volte li vedo che mi assaltano durante il giorno, che mi dicono "Non ci dimenticare!".

Ci sono sogni che ho fatto da bambina che ricordo ancora. In uno, in particolare, entravo in una stanza spoglia, dal cui soffitto pendeva una piccola lampadina che la illuminava di un giallo intensissimo. In un angolo della stanza c'era uno scheletro e accanto a lui un metro da sarta.
Il sogno crea e noi siamo costretti a seguirlo ovunque lui ci voglia portare. 


Ieri sera io e René abbiamo assistito ad un sogno.
C'era un letto e c'erano sogni che invadevano lentamente le pareti bianche, le scritture arzigogolate e mai uguali che si intrecciavano le une alle altre.
Visioni notturne. Piccole vite libere che sgattaiolano fuori dalle nostre teste non appena il controllo si assopisce. 
Si inerpicavano sui muri, li conquistavano, piantavano insolenti la loro bandiera fluttuante. 
Tra un sogno e l'altro, erano dipinte creaturine bianche, intrise di sonno, accompagnate da uccelli, da pesci, da uova, da mosche.
"Ogni cosa inizia al tramonto" affermava ieratica una figura seduta su una sottilissima sedia nera, e noi non potevamo far altro che crederle. Attorno a lei prendevano vita guizzanti pesciolini verdi. 
All'interno della sala, silenzio, perché solo ai sogni era concesso parlare.


Il sogno è avvenuto a Rimini, sotto la guida sorridente di Alexa Invrea.
Alexa l'abbiamo conosciuta un paio di anni fa grazie a delle scatole. È bello raccontare come hai conosciuto una persona, perché ti puoi ricordare che è successo grazie a delle scatole. 


queste scatole, per la precisione
Forlì, Fabbrica delle Candele - 28 marzo 2010
"Different Express"


che poi sono diventate così
Rimini, "Manifesta 2010" - dipinti di Alexa Invrea



Alexa ci ha colpito subito per la sua gentilezza, per la dolcezza che vela i suoi occhi.
Ieri sera, china a scrivere sulle pareti sogni altrui, a leggerli con la cura e la sacralità che si dedica ai racconti più belli, agli scrittori preferiti, Alexa mi è sembrata parte lei stessa del sogno.  Camminava leggera a piedi scalzi sulla sua rete sottilissima, attenta a non spezzarla mai, appesa al reale solo per metà.

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La galleria riminese Percorsi/Arte Contemporanea ospita fino al 3 agosto 2012 "The inside affair", la mostra personale di Alexa Invrea, "artista visiva extemporanea, persona semi-seria", come lei stessa si definisce su Facebook. 

lunedì 23 luglio 2012

Quello che dice l'acqua



Ascolto l'acqua che mi scorre in testa.

Vorrei poter suonare, per dire quello che l'acqua pensa.

Ma io sono fatta d'aria e le cose che dico non stanno nella mano

Neanche per quell'istante prima di cadere al suolo
come fa l'acqua, quando decide di piovere.

La logica del temporale

Sto lasciando passare troppo tempo.
Vivo sempre In attesa di - in attesa che le cose si compiano, da sole.
Perennemente immobile in un tumulto sordo, tutumtutumtutum, con una coperta ruvida sul cuore.
Un'attesa asfissiante, che sopravvive a suon di scuse:
Ah ma oggi non posso, guarda, ho l'idea, ma devo prima comprare la colla.
con in aggiunta
E poi devo stampare quelle immagini bellissime, sai, per avere l'ispirazione a portata di mano - da cui si può comprendere il perché della colla.
Un'attesa così poco credibile che non l'ascolto neanche più.

Come quando il temporale dovrebbe scoppiare, ma non scoppia.
Sa solo lui perché, tutti se lo aspettano, ma non scoppia.
Si carica di nubi color ferro, dice agli alberi di scuotersi un po', ma lui non scoppia.
Non scoppia mai.
A un certo punto non gli credi più.

Allora sai lui che fa?
Fa l'offeso. Se tu non gli credi, lui fa l'offeso.
E questo lo fa scoppiare.



Probabilmente per me vale lo stesso concetto.

Mondo, non credere in me!
Così, almeno, dovrei riuscire a piovere qualcosa.

mercoledì 20 giugno 2012

La vita timida delle cose ogni tanto deve farsi notare

Non ho capacità mistiche, né di solito tendo alle visioni. 
Ma ogni tanto - non così spesso - capita che la vita delle cose, per un secondo, scivoli via, e si riversi su di me con un pizzicore.
Capita che sono in autobus e lancio un'occhiata all'insegna di un negozio, e questa ricambia lo sguardo e ossequiosa mi dice "Buongiorno signorina, sono l'insegna di un vecchio caffè. Eh, lo so, adesso sembro malridotta, ma sapesse, sapesse quante persone sono passate di qua! Quante tazzine..." e via, il secondo è passato, e le tazzine sfuggite al controllo dell'anziano barista se ne ritornano tutte zitte zitte sopra la macchina del caffè. 
Capita che faccio un giro in libreria e prendo in mano un libro, e come una scossa, bzzzzzz, il gatto in copertina è dentro di me, e mi porta in una stanza in cui si spalanca una grande finestra, sotto alla quale un tavolino mi attende, per un pomeriggio di osservazione silenziosa. 
Capita che le cose tutte, talvolta, decidano di perdere la loro immobilità, e di palpitarti sotto le dita, iniettandoti sottopelle i sentori della loro vita sottile e sensibile. Per un istante soltanto l'avverti dentro di te, ma subito te ne dimentichi, subito la getti via - perché così si fa con le cose. 
Ma in loro rimane, si accumula, e ogni tanto, appena può, appena trova un varco, si espone.
In me devono trovare un varco buono, docile e sincero.
Sono una seria sostenitrice della vita delle cose, e credo che loro lo sentano.

venerdì 1 giugno 2012

Come arrivare al lavoro tra passeggiate, osservazioni naturalistiche e battaglie per la sopravvivenza

Questa mattina sono arrivata alla fermata dell'autobus con un leggero anticipo di 45 minuti. 
Mi sono superata, di solito arrivo solo mezz'ora prima.
Uscendo di casa, mi sono sentita chiamare. C'è qualcosa, nella primavera - quando è vera primavera - che insolletichisce i sensi, li risveglia e, letteralmente, davvero, li chiama. 
Mi è bastato uscire 10 minuti prima e il mondo, la stradina che dal parco mi porta fino all'autobus, mi è sembrato meno contaminato e più reale, gorgheggiante dei suoi suoni naturali. Uno specchio limpido, un respiro pieno. Puro.

I conigli erano sdraiati sul prato, belli distesi, ancora sonnacchiosi, quelli più piccoli già saltellanti, ma in tutta calma; la bella merla elegante dalle zampe sottili bilanciava la coda dopo l'atterraggio, già pronta al successivo volo; un uccellino minuscolo si confondeva tra le foglie color salvia, così tondo da sembrare un fruttino acerbo, che adocchiavo e perdevo tra i rami, e che ha spiccato il volo con un pìo acutissimo, piccola oliva con le ali. Tutti al loro posto, tutti canterini e vagolanti, come me, al mio fianco.
Anche le persone sono più mansuete, la mattina dietro al parco, ti sorridono quando le incroci; corrono, oppure portano a spasso i cani, o vanno in bicicletta.  La cosa più veloce in genere sono io - non più veloce dei corridori, ma più nervosa, nel senso fisico del termine, con la fretta  nelle mani e nelle gambe. Fretta di arrivare, comunque sempre in anticipo.
Ma questa mattina no, me la sono passeggiata con calma, la strada dietro il parco, col suo mormorio di animali e il frusciare del fiume.
Nella mia ipersuscettibilità metereopatica, iniziare una giornata come ho fatto oggi indica buona sorte, scintille in amore, leggere discordanze sul lavoro risolvibili con un po' di buona volontà, schiarite verso sera.


Mi sto affezionando alla sorte degli animaletti dei quali ogni giorno invado il territorio (tanto più che sto leggendo "La collina dei conigli", quindi alla trasformazione completa in erbivoro saltiforme mi manca poco), mi piace spiarli tutti affaccendati alle prime ore del mattino.
Come quando mi sono fermata sorridente a guardare un povero merlo che cercava di alzarsi in volo con nel becco un lombrico nerboruto.
Acciuffata la preda, il merlo fa per alzarsi, ma il verme cade; lo riprende, ma barcolla; scrolla il capino, si riavvicina all'invertebrato, che intanto tenta la fuga, prova ad inchiodarlo al suolo con veloci beccate, lo manca; fa finta di niente, si avvicina di soppiatto, ma il lombrico lesto scivola via; lo riacciuffa, ricade. La battaglia epica sarebbe potuta continuare ore, e la mia tensione con lei. 
Ma una seria corridrice con gli occhiali si stava avvicinando: avevo già avvistato il suo sguardo scrutatore, il giudizio saldo delle sue pupille. Il mio pendere estasiato verso la vita pratesca poteva in effetti ben sembrare strano, il senso di vergogna al suo passaggio è stato più forte della curiosità, e ho distolto l'attenzione dal sanguinoso scontro. 

Così ho perso di vista merlo e verme. E non saprò mai come andò a finire. 



merlo evidentemente soddisfatto del suo bottino

domenica 27 maggio 2012

Personal Pantheon

Through The Pages - 2012
Questa giovane artista inglese, Nom Kinnear King, mi ha ritratta senza neanche saperlo.
Ma senza che nemmeno lo sapessi io, ecco.

I suoi dipinti hanno come protagoniste fanciulle un po' inquiete che a vederle sembrano nascondere qualcosa - un pensiero tutto loro, che non ti vogliono dire. 

A testa alta, gli occhi grandi, ingioiellate di fiori, di animali, sono dee sottili, interroganti. Ti chiamano nel loro universo surreale e non ti lasciano scampo.


Marcelina - 2011


Caw Caw - 2011

Malinconiche, mute, irreprensibili.

Regalmente sofferenti, al comando del loro regno di fantasia.


Nom Kinnear King  -   www.nomkinnearking.com


Ti ascolto

Domenica pomeriggio: se alzo lo sguardo vedo alberi e sole dalla finestra, cinguettii nascosti tra i rami.
Ti ascolto.
A volte si riesce appieno ad afferrare il senso della parola pace.
Le irrequietudini scivolano via, gli abiti di ieri raggruppati in un angolo. Più tardi li metterò a posto, adesso mi basta sapere che non li indosso più.
Ti ascolto.
Passa una cornacchia, per un attimo se ne stanno zitti i merli.
Le idee sul cosa fare e sul come farlo sembrano non spaventarmi, adesso. Com'è che a volte ogni cosa sembra possibile? Domani, chi lo sa, forse l'ansia mi acciufferà di nuovo. Ma adesso mi cullo al pensiero di poter fare qualsiasi cosa. Sull'altalena, sempre.
Ti ascolto.
La tranquillità si è disegnata sui muri.
Non ti sto guardando, ma sono certa che tieni gli occhi chiusi.
In questo momento il mondo è sparito, per te - il mondo come di solito lo vediamo.
Ti invidio questa capacità. Tu lì ad occhi chiusi puoi davvero immaginare.
Io sono così legata alle parole.
Le parole sono costrette ad avere un significato, le parole devono per forza dire, e dire qualcosa.
Ombrello - acciuga - tenda a righe - aeroplano.
Magari pensi esattamente a questo, ma io non lo potrò sapere mai.

Ti ascolto.

Cosa può fare un'anima libera di estraniarsi? 
Cosa può fare quando nessuno - nessuno - la incatena?
Può sedersi e suonare.


foto René Mtdue


martedì 15 maggio 2012

Oltretutto

torta con nuvole e palloncini - cose leggere, volanti e colorate. 
slurpa altre immaginifiche torte qui: http://www.thecakethatateparis.com.au/



Il 28 aprile questo blog ha compiuto un anno e io non gli ho nemmeno fatto gli auguri.

Un augurio - al blog, a me - con una torta nuvolettata trovata per puro caso aprendo Pinterest in questo momento e dicendomi "Vuoi non trovare un'immagine augurale cromaticamente adatta a queste pagine, e quindi giocosa e delicata, un po' pastello e un po' vivace, un po' sogno un po' realtà ovattata da un filtro vintage di fotografia?". 
E infatti. Il filtro vintage non c'è, ma c'è un'alza torte, sempre che questo sia il suo nome.
Ora devo aggiungere che sì, va bene, anche io vado spesso ad abbeverare i miei occhi assetati alle fonti di Pinterest, del resto i creativi-pigri devono pure sfogare la loro strabordante artisticità in una qualche maniera.

Fai qualcosa!

Va bene, sono passati due mesi dal mio ultimo post. 

 

Lo guardo e mi chiedo come al solito Perché mai ho aperto un blog? 
Per la seconda volta, tra l'altro.
Ok, sono timida. Mi ci vuole un po' di tempo per ambientarmi in qualsiasi luogo, lo so. Va bene, faccio fatica ad esprimere le mie opinioni. Sicuro, sono convinta di non avere nulla di interessante da dire, MA...ma.
Mi sono stancata delle giustificazioni.
Quale che sia l'ambito della mia esistenza in cui le utilizzo, basta - mi sono stancata.
Ripeto: mi sono stancata.
E nel caso non fosse chiaro, specifico di cosa mi sono stancata: delle giustificazioni.
Non servono a niente, a nulla, a nessuno.
Ovunque mi trovi, in qualsiasi strada passeggi, con qualunque persona parli, mi sembra di vedere apparire intorno a me cartelloni giganti, insegne lampeggianti, striscioni volanti, tutti che mi urlano, con la stessa espressione di benevolo rimprovero :

PRENDITI LE TUE RESPONSABILITA'!
FAI QUALCOSA!

Ecco qua. Pure il blog me lo dice : prenditi le tue responsabilità.
Hai cose dentro la testa, no? Brava, su Normina, brava, tirale fuori.
O avrai mica aperto un blog solo perché ti piacciono gli azzurri ghirigori che hai messo come sfondo - e non li hai nemmeno fatti tu?
Insomma, sono stanca di me, lo devo proprio dire.
Un momento, mi spiego subito - casomai René, Maybe e qualche sconosciuto passante dotato di particolare sensibilità si fossero messi in pensiero per me -  sono stanca di questo lato del mio carattere, non di me nella mia interezza di Norma. Stanca di questa paura perenne e paralizzante, di questo non fare le cose - le cose, sì, le cose in generale!

Per cui basta, è tutto molto semplice:

PRENDERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA'

(oh, quale sublime e chiarissimo messaggio, in questo spernacchiante susseguirsi di bilabiali sorde e di vibranti alveolari! nel mio caso poco vibranti, a causa di una r vagamente pigra)

mercoledì 14 marzo 2012

Una testa piena d'aria

Scrivo poco. 
Leggo ancora meno.
In compenso, credo di non aver mai pensato così tanto.
Se vado avanti, i miei pensieri saranno talmente forti da uscirmi dalla testa da soli. 
Con uno sforzo di volontà ulteriore, inizieranno a scriversi, e avranno così risolto l'esistenziale problema, e l'esistenziale distanza, tra la perfezione ariosa del pensiero e l'affaticata - e pesante - goffaggine della parola scritta.

Ma finché penso a:


  • Colori e abbinamenti: un delizioso saggio di critica di costume o
  • Si avvicina la primavera, le merle raccolgono fili d'erba e rametti per costruire un nido, mentre paffuti merli le osservano di sottecchi


bene, finché penso questo, possono anche restarsene in testa, i pensieri.


lunedì 13 febbraio 2012

Neve e Carta

In questo momento, è tutto bianco dentro la mia testa.
La neve ti chiede di startene in casa, la neve ti chiede di darti da fare - la neve? - di dare davvero una forma alle idee.
Belle le idee, ma a un certo punto uno si stanca di ideare soltanto. E allora vai, prendi tutto quello che tieni solitamente nascosto nei mobili, tutto casualmente ad incastro per evitare slavine, e spargilo sul tavolo, tutto - fogli di vario genere, ritagli di giornale, trucioli di matite della quarta elementare, le forbici rosa invece è dalla seconda che non le perdo, pennarelli disidratati, e poi vecchie collane di vecchie prozie maniacalmente distrutte (le collane, non le prozie, oddio, non che le prozie se la passino benissimo), perline e bottoni che non perdono la loro dignità, nastri, corde, fili, fili, fili d'ogni tipo - vai, prendi e spargi, e poi osserva.
Osserva e chiediti...e adesso?


Mentre io mi chiedo e adesso? mi imbatto in questo sito  elsita.typepad.com/allaboutpapercutting 

e se per un attimo trovo risposta ai miei dubbi, dicendomi ora sì ho che capito cosa devo fare! ,
l'istante dopo decido di restarmene solamente in silenzio, in perduto incanto.


Paper Ring

 Elsa Mora - Paper Ring

El Bosque

 Elsa Mora - El bosque

Chrysalis

 Elsa Mora - Chrysalis

The Hand

 Elsa Mora - The hand


Good Morning Birdie

 Elsa Mora - Good Morning Birdie


La creatrice di questa meraviglie si chiama Elsa Mora, e mentre io sogno con la neve, lei sogna con la carta - e la carta, si sa, finito il sogno non si scioglie.

giovedì 19 gennaio 2012

Gelo creativo

La creatività è da imporre sempre alla rassegnazione - una dittatura della fantasia.
Non è corretto dire che stamattina mi sono svegliata con questo pensiero, perché non è stato nemmeno pensato, è stato, e basta. 
È stato il gelo che è sceso sulla città e l'ha immobilizzata, è stato l'intrico di neve sugli alberi, è stato il silenzio. 
È stata una certa malinconia creativa, come di mare che s'infrange sulla riva, di fronte ad una spiaggia vuota, d'inverno, e si è svegliata con me.
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