giovedì 19 dicembre 2013

Anatomie Inorganiche - il bestiario immaginifico di Alessandro Turoni

Nella scuola elementare del paesello dove sono cresciuta, c'era un'auletta, al piano di sopra, dove non entravamo mai. Solo una volta, quando avevamo credo 7 anni, la maestra Rosa ci portò lì, parlandoci di vipere e di altri animali che potevamo incontrare nelle campagne che ci circondavano. 
L'auletta era molto bianca e a ripensarci ora mi sembra una figurina ritagliata da un tempo non mio, come se ci fossimo trovati all'improvviso in una scuola di fine ottocento. 
In un angolo della stanza c'era un vecchio mobile marrone scuro, con le ante di vetro. Sugli scaffali erano allineati barattoli, ampolle, bottigliette, contrassegnati da etichette stinte, che chissà quanti anni dovevano avere. 
In uno dei contenitori, immersa in un liquido color ambra, galleggiava la spirale eterea e reticolata di una pelle di serpente. In altri erano conservate piccole ossa di animali. 
Il mio primo gabinetto delle meraviglie. 
Ero stupita, ero rapita. Direttamente sopra la nostra classe, si nascondeva un armadietto carico di storie, di vite sotto spirito. Salendo due rampe di scale, si poteva partire con l'esplorazione, appoggiare il naso al vetro, avere paura, avere soprattutto una folle curiosità. 

Ho provato lo stesso identico stupore entrando qui:



Alessandro Turoni

Il gabinetto delle meraviglie si è moltiplicato. 
I mobili ora sono tane, sono altari per animali silenziosi, che non ti scrutano, mentre li scruti. Continuano la loro vita. 
Sono animali corazzati, hanno armi come corna, come zanne. 
Così, enormi bestie preistoriche si difendono dall'assedio di minuscoli omini, si ergono come rocce vulcaniche, s'imbizzarriscono mettendo in mostra i lunghi denti ricurvi. 
Uno stambecco si ripara sotto il doppio arco perfetto delle sue corna ritorte. Le corna del cervo, invece, si ramificano all'infinito – cervo e foresta, insieme. 
Un narvalo fluttua a mezz'aria, in un ondeggiare malinconico, non so se dovuto al ritrovarsi in un elemento diverso dal solito o se per la sua stessa natura di narvalo. 


Alessandro Turoni



Su quegli scaffali a destra, ritrovo i barattoli di vetro del mio ricordo infantile, solo che stavolta contengono fiere immaginarie. O un piccolo uomo deceduto. Accanto a lui, una gazza intessuta di cristalli e brillocchi attira l'attenzione spalancando le ali. 

Il mio preferito dell'intero bestiario è il Pangolino, dalla corazza verde screziata di rame, arrotolato su se stesso, che si cerca la coda col muso. Lo trovo elegante e altezzoso, nascosto dietro una timidezza apparente.



Alessandro Turoni - foto René Mt2
foto René Mt2
Potrei restare ore ad osservare tutti i minuscoli particolari che compongono questi animaletti. 
Il gatto e i topi sono soffitte ricolme di gioie. 
Il cuore del gatto è un gomitolo azzurro, i suoi occhi un campanellino. Dentro di lui sono aggrappati un francobollo con un uccellino azzurro, un cane, un'oca e un topo piccolissimi, una molletta rossa e quella che pare essere una tessera di domino. 
C'è un pendente di lampadario, dentro quel topo, una minuscola immaginetta di un santone, nelle viscere di quell'altro. Questo topino qui ha un cuore rosso rubino, che mi cattura l'occhio, che trema se soffio. 


Alessandro Turoni



Mi accovaccio alla loro altezza e, mentre si guardano, studio le loro anatomie. Ci sono alcune cose per cui provo un amore smisurato. Tra queste, gli animali e gli oggetti piccoli, specie se vecchi, specie se usati. In queste brevi scene di vita animalesca trovo il riassunto dell'universo fantastico in cui vivo da sempre. 
Ritrovo racconti letti da bambina e altri che ho solo immaginato e che forse un giorno scriverò. 


Al Cosmonauta (Forlì) stiamo ospitando la mostra Anatomie Inorganiche di Alessandro Turoni
Se entrate nel locale e lo percorrete fino in fondo, la troverete che vi attende nell'ultima sala. 
Resterà in esposizione fino a domenica 22 dicembre a mezzanotte
Questo è un invito: visitatela.

www.alessandroturoni.com

Anatomie Inorganiche - Cosmonauta 15/22 dicembre 2013

Alessandro Turoni - mostra al Cosmonauta


lunedì 16 dicembre 2013

Gli invasori

Sono timida.
È difficile che mi metta a parlare con le persone che conosco poco, a meno che queste non mi facciano sentire a mio agio.
Raramente mi sento a mio agio.
La premessa iniziale è doverosa, dato l'argomento che sto testé per introdurre – perché fossi stata, che ne so, l'animatrice del villaggio turistico La Testuggine d'oro di Baia dei Tramonti, probabilmente avrei reagito al fatto in maniera più energica e ridente e, per smaltire la rabbia, non mi sarei di certo messa a scrivere, ma starei tenendo una lezione di zumba acrobatica in piscina.

Ma cerchiamo di capire insieme, io e voi, vastissimo pubblico di lettori di questo blog atematico. 
Cerchiamo di capire, perché io mi sento un po' impreparata. E spersa. 



È la domanda del giorno – no, ma cosa dico: è la domanda della vita
Me lo sto chiedendo perché ho appena subito un atto di invadenza bella e buona, di quelli che ti trasmettono un lievissimo nervosismo che, lasciato macerare, tende a tramutarsi in istinto omicida. 
Per dire: ho ingurgitato lo yogurt senza cucchiaino, gorgogliando come un lavandino tappato, perché era il primo oggetto innocente su cui mi potessi sfogare. 
Non mi sono sfogata. 


Richiedo a voi, folla di genti: cosa spinge le persone ad essere invadenti? 
Ad entrare nello spazio altrui senza chiedere permesso? 
A restarci, anche dopo che lo sguardo, il viso, l'intero corpo della persona invasa hanno supplicato pietà, hanno mandato segnali chiarissimi di disagio? 
E non bisogna essere per forza timidi, per sentirsi a disagio: semplicemente, uno potrebbe non avere nessunissima intenzione di avere vicino alcunché. O di avere vicino proprio te, sì, è inutile che fai l'offeso. 

E ancora vi chiedo: Cosa spinge una persona invadente a non rendersi conto della propria invadenza

Non so, qualche microtossina si impossessa del suo cervello e le impedisce di recepire i segnali della persona che si trova di fronte? 
La quale persona, durante il suo monologo, si è scarnificata le unghie nei momenti di calma, mentre al culmine dell'ansia si è auto cavata quell'ascesso dentario che le dava un po' fastidio negli ultimi giorni? 


Se parli con qualcuno e per mezz'ora questo non ti risponde, non dico che ti debba venire il dubbio che il tuo interlocutore sia morto, ma almeno assicurati che sia interessato. Che sia partecipe. 
Se ti avvicini ad una persona e questa fa un passo indietro, e tu ti riavvicini e questa fa un altro passo indietro, perché la prima cosa che pensi è che voglia ballare il cha cha cha? Non ti viene il dubbio che forse le stai alitando in faccia da mezz'ora e la cosa potrebbe non farle piacere? 
Specifico: puoi anche profumare di rose, non mi interessa
Esiste uno spazio vitale all'interno del quale io vivo, penso, respiro. Accedere a questo spazio vitale richiede un permesso, che non ti voglio concedere. 

Non comprendo la ragione per cui alcune persone non percepiscano il disagio negli altri. Perché sono costretta a dirti “Non sono una che parla tanto”? La verità è che non voglio parlare tanto con te, ma cosa nel mio atteggiamento non te lo fa comprendere? 


Mi sono avvicinata? No. 

Ti ho accolto con un grande sorriso? No, ti ho accolto con un sorriso gentile, ma perché così trovo giusto si faccia tra animali. Ma tu non ti puoi approfittare di Signora Gentilezza, che mi impedisce di mandarti via a testate. 

Quando hai fatto il battutone “Ma dai, che amica sei?” la mia risposta “Amica di chi?” ti ha forse lasciato qualche dubbio residuo sulla tipologia del nostro rapporto? Probabilmente sì, visto che hai continuato bellamente a ciarlare e ad appropinquarti alla sottoscritta. 
Voglio dire, ad una risposta del genere un vago sentore d'offesa io l'avrei avvertito. 


Sono scombussolata, lo ammetto. 
Sono anche una persona piuttosto suscettibile, questo non lo posso negare. Probabilmente, se avessi avuto un carattere diverso, il qui presente papiro non sarebbe mai stato vergato. 
Ma è il carattere che mi è stato dato in sorte. 
Amo le persone educate, non ci posso fare niente.

giovedì 21 novembre 2013

Santuario

Giornate come questa rallegrano il respiro.

Nel freddo, il sole è un gioiello, il cielo una sciarpa di seta.

Mi rincantuccio nel cappotto e provo qualcosa che si chiama felicità: lo stupore di esistere.
Il gelo purifica tutto, ogni cosa diviene specchio e cristallo.
Io sono una statua di marmo, le guance levigate dal lavorio sottile dell'aria.





Penso raramente alla “spiritualità”. È una parola che non mi piace nemmeno molto e che non riesco a collocare nel lato serio dell'esistenza.
I miei altari sono fatti di piccoli oggetti, wunderkammer di ninnoli da rimirare, inquieti e giocosi insieme.
La mia religiosità è un libro nella borsa, un pensiero che riaffiora dall'infanzia, un miagolio insistente sotto la finestra. Una giornata con le mani nelle tasche del cappotto, che spazza via le agitazioni della sera prima. 


Il gelo è un santuario – come il silenzio, come il vociare indistinto che si disperde in lontananza.



Wunderkammer - foto scattate in un appartamento a Parigi nel luglio 2013.


martedì 19 novembre 2013

Ci vuole la licenza

Ho avuto una professoressa, alle medie, che mi diceva che non potevo scrivere come scrivevo perché ci voleva la licenza poetica. 
Intendiamoci, non ero Leopardi, era lei che probabilmente correggeva i temi tramite una pratica griglia prestampata: tutto ciò che straripava i bordi doveva essere giudicato non corretto.

I capelli grigi, ispidi e ricci, il viso scavato e l'occhio un po' pesto, la prof d'italiano delle medie non aveva mai conosciuto in vita sua la creatività. Lungi da me giudicare una persona vista solo 5 ore a settimana per 3 anni, ma ricordo che l'insegnante di matematica aveva un modo decisamente più vispo di presentarci le equazioni, ad esempio. 


Cosa dovrebbe insegnare una prof d'italiano? 

A leggere e a scrivere. 
Ora, posto che a 11 anni un ragazzetto sappia già leggere, una prof d'italiano dovrebbe quanto meno non fargli schifare quei parallelepipedi sfogliabili che gli piazza davanti. 
E quindi che fa? S'inventa l'Ora di lettura
Non so, onestamente, se fosse una tradizione in uso anche in altre scuole o un improvviso guizzo d'inventiva della nostra prof. 
So solo che funzionava così: 
  • Tu, giovane scolaro, recati all'armadietto della classe.
  • Scegliti un grande classico.
  • Torna al tuo posto e restaci un'ora intera senza fiatare.
  • LEGGI!!!! 
In silenzio, a capo chino, 20 teste dovevano leggere, 20 paia d'occhi dovevano percorrere filari di lettere senza aver ricevuto la benché minima indicazione prima. 
Nessuno che chiedesse loro “Cosa stai leggendo, cosa vorresti leggere, perché hai scelto questo libro – perché è corto -, perché ti piace o perché proprio no?”
No, le domande non esistevano. Non erano contemplate. 
Si doveva solo leggere. Per un'ora, il venerdì mattina. 


Ho sempre amato i libri, quindi non avevo bisogno di essere invogliata ad aprirli. Ma per me, che ho campato con Bianca Pitzorno e tutta la combriccola del Battello a vapore fino a 14 anni, è stato un trauma abbandonare la letteratura per l'infanzia – è stato un trauma abbandonare l'infanzia in generale, ma questo è un altro discorso – e non trovare subito nessun sostituto altrettanto valido. 
Sarebbe bastato qualche consiglio. 
Che giunse un bel giorno sotto forma di Guerra e pace, accompagnato dal seguente ordine: “Dato che farai il liceo classico devi iniziare a leggere qualcos'altro”
Non ho fatto il liceo classico e non ho mai letto Guerra e pace

Per la scrittura, ho subito imparato che valeva la stessa regola: meno usi la fantasia, meglio è. 

Da qui la frase, ripetutami ad ogni consegna di tema: “Ti ho dato Buono perché hai usato qualche licenza poetica e non puoi.” 
Va tu a capire cosa mai potevo aver scritto di poetico in un tema a scelta tra: 
  • Descrivi la tua giornata tipica. 
  • Descrivi il tuo gatto (e non avevo un gatto)
  • Descrivi la gita scolastica al parco naturalistico di Cervia
A parte l'osservazione dei diversi tipi di escrementi degli animali del parco o lo studio del terreno tramite carotaggio, non ricordo altri momenti che abbiano potuto ispirare la mia penna a farsi più audace. 
Ma questa storia della licenza poetica ritornava ogni volta. 
Me la visualizzavo come una pergamena vergata a mano, un sopraffino lavoro di cesellatura amanuense, che ti veniva consegnata con tanto di inchino: ora signorina Lei può scrivere come più le aggrada. E iniziare le frasi con “E”. 

Tutte le volte, mi domandavo sempre “Ma per prenderla come si fa? La devi richiedere? Devi fare qualcosa di particolare? Devi aspettare di aver compiuto una certa età? E poi cosa te ne fai?”. 

È un dubbio che mi porto ancora addosso.

lunedì 21 ottobre 2013

Il Chesterfield - nascita di un Club letterario.

“In un mondo perfetto io vado a letto presto, il mio tè preferito è sempre caldo ...e partecipo a un club letterario su Jane Austen, che si incontra nel salotto di una vecchia casa vittoriana, di fronte a un camino acceso...” *

Melissa ha gli occhi che brillano, quando ci espone la sua idea. 
Siamo ad una cena improvvisata, tutti un pochino stanchi e sappiamo già che, qualsiasi cosa stia per proporci, le diremo di sì. 
Del resto, è del tutto impossibile declinare l'invito di una persona che, da 10 anni a questa parte, è la nostra guru in materia di spensieratezza, serenità e gossip.

"Mi piacerebbe fondare un Club letterario. Scegliere un libro, leggerlo, incontrarci e parlarne. Potremmo cominciare dai libri di Jane Austen!" 

Al suo annuncio, le voci si fanno concitate, si accavallano, si alzano di un tono, diventano stridule, neanche in pizzeria fosse appena entrato Mr Darcy in persona. 

Melissa è rinomatamente un'amante di Jane Austen. Ogni anno rilegge la sua intera bibliografia - Orgoglio e pregiudizio sempre sotto Natale. 
Io ho letto soltanto quello, solo una volta e solo quest'anno, senza nemmeno sapere che ricorreva il bicentenario dalla sua pubblicazione. 
Poi, dopo averlo letto, ho chiesto perdono alla nostra prof di inglese delle superiori per non aver provveduto prima. 




Non fa in tempo neanche a chiederci se siamo d'accordo che il club è nato. 
Si chiama Chesterfield, come il divano e come la cittadina del Derbyshire in cui giovani fanciulle possono casualmente imbattersi in aitanti signori a passeggio nella propria tenuta. Come il divano, vuole essere comodo e piacevole e accompagnarsi amabilmente a tè, biscotti e sandwich al cetriolo
Jane Austen sarà il tema iniziale e nel corso del tempo, libro dopo libro, mese dopo mese, ci dedicheremo alla lettura di romanzi inglesi dell'800
La casa vittoriana non ce l'abbiamo, e a dire il vero nemmeno il camino. Ma un luogo d'incontro c'è già (si chiama Cosmonauta e ve ne parlerò nei prossimi giorni. Intanto potrete trovarne un'anticipazione qui.)  

Il gruppo è aperto a chiunque risponda positivamente alle seguenti domande:



  1. Ti piace leggere? 
  2. Ti piacerebbe fare quattro chiacchiere sul meraviglioso romanzo che hai appena terminato? 
  3. Quando cerchi qualcuno con cui parlare di libri improvvisamente si crea il deserto intorno a te?
  4. Impieghi una quantità umanamente accettabile di tempo a raggiungere la città di Forlì? 

Perfetto, munisciti di libro e partecipa! (Non c'è bisogno di attendere la desertificazione).
Questo mese ci dedichiamo a "Emma" e a breve verrà comunicata anche la data del primo incontro ufficiale. 
Questa la pagina facebook: Melissa, tanto brava e tanto organizzata, ha spiegato tutto bene bene qui.




* Questa frase è apparsa sul diario facebook di Melissa la mattina del 10 ottobre. La sera stessa è nata l'idea del Club Letterario.

martedì 15 ottobre 2013

Il culto delle immagini. Finte.

Sono irritata. 
Estremamente, aggiungerei, proprio per essere puntigliosa. 
Non solo: sono pure un po' inebetita, se è possibile far convivere le due cose. 
Devo cercare immagini per un sito internet. 
Lo so che esistono al mondo cose più irritanti: le meduse, ad esempio. L'ortica. Ma sono irritanti in un modo che è loro congeniale, sono irritanti perché devono esserlo. Come me quando correggo qualcuno arricciando il naso. Non in maniera del tutto superflua, come un sorriso apertamente finto. 

Esiste un mondo fatato: quello delle immagini a pagamento per i siti internet. Chi produce suddette immagini e chi le cerca sa di cosa parlo. Ogni tanto mi capita, per l'appunto, di doverle cercare. 

All'inizio è divertimento puro, è curiosità, è l'allegra risata che mi porta ad esclamare, una foto sì e una no, “Ma tu guarda che simpatica interpretazione di prevenzione incendi/signora che beve il tè/corsi di formazione per il lavoro che hanno dato questi fotografi!”.  
All'inizio potresti pensare di aver trovato il tuo passatempo preferito. 
Poi, ad un certo punto, chiedi pietà. 
Dopo il milionesimo sorriso a denti appena lucidati e fossetta all'angolo della bocca, chiedi pietà. 
Dopo la centesima stretta di mano poderosa con polsino bianco e giacca antracite, chiedi pietà. 
Dopo il miliardesimo gruppo di lavoro della Benetton, che si sganascia di risate indicando un grafico a barre viola e arancioni, chiedi pietà. 
Pietà per i miei occhi cercatori di bellezza. E di sincerità, che è la stessa cosa. 

Mi viene da chiedermi cosa accada, nella mente di una persona, quando apre un sito, uno qualunque, e vede quello splendido sorriso, che magari qua pubblicizza l'aspira-acari a vapore e di là promuove una ditta di autospurghi. 

Dovrebbe sentirsi accolta? Riconosciuta? Dovrebbe ricordarsi di prendere appuntamento dal dentista? 
[A tal proposito – del dentista, intendo – mi è ritornato in mente questo articolo letto un po' di tempo fa sul blog di Giovanna Cosenza e che tratta del medesimo argomento (Ne approfitto per consigliarlo, il blog. Si chiama DIS.AMB.IGUANDO ed è una delle mie tappe fisse, quando passeggio per il web).]

Mi viene da chiedermi perché ci siano tutte queste mani che disegnano cerchi nell'aria, attorno a parole come “Fiducia”, “Crescita”, “Autostima”. Innovazione. Sostenibilità. Gruppo. Anzi, no, Team. Mi viene da chiedermi se siano da leggere davvero o abbiano la stessa valenza di uno svolazzo fatto con la penna, lì nell'angolo del foglio, mentre sei al telefono. 


Il problema è che, dopo un po', a forza di prosciugarmi gli occhi su queste immagini, la testa mi si svuota e non mi viene da chiedermi più niente. Diventa quasi normale. 

Solo che irrita, come un vestito di un tessuto ruvido di cui ti rendi conto veramente solo a fine giornata, quando lo togli e la tua pelle è un bel festino di eritemi. 

Mi sono stancata delle cose false.

domenica 29 settembre 2013

In colonna

Io non sono mai stata il genio della matematica. 

Un momento: chi mi ha conosciuta alle elementari e alle medie potrebbe forse affermare il contrario – ero in effetti piuttosto bravina - ma siccome la maggior parte della gente che frequento ad oggi ha avuto a che fare con me dai 15/16 anni in poi, sono davvero sparuti gli individui che possono avere di me un tale roseo ricordo. 
Chiunque sia venuto a contatto con la sottoscritta a tal punto da arrivare a parlare di numeri – che ne so, in coda per il gelato – sa che si tratta di un mondo a me poco affine, eccezion fatta per le cifre che compongono le date di compleanno. Comunque, per rispetto a quella ragazzina che ancora si sporcava le mani di calcoli, riprendo la frase d'inizio in maniera più corretta, dicendo che: 
Da una decina d'anni e poco più, non posso certo considerarmi il genio della matematica. 
Non so onestamente cosa mi abbia spinto a decidere di abbandonare i numeri e tutto ciò che ad essi è correlato. 
Forse il fastidio stesso che mi suscitavano i tomi che ci erano toccati in sorte alle superiori, con quelle pagine lucide – lucide!!! come si può, mi dico, anche solo tentar d'immaginare libri con le pagine lucide! - sulle quali la matita emetteva stridori di sofferenza, mentre sbiaditi insiemi di Eulero-Venn tentavano di richiamare la mia attenzione. 
Forse il terrore, non del tutto infondato, che il mio cervello avesse un limite, e che se ci facevo entrare le equazioni e il come risolverle, non ci sarebbe stato spazio per i versi di qualche poeta brillo morto un paio di secoli fa. 
Non parlo tanto della geometria, che mi perse già anni prima quando cercò di convincermi che il mondo è basato sul punto – approccio che mi sembrò alquanto presuntuoso – no, no, parlo proprio della matematica in genere e di tutta la sua figliolanza. Non faccio distinzioni, anche perché, si sarà ben compreso, non ne so fare. 
Il linguaggio della matematica, ecco, mi è ad un certo punto divenuto oscuro. Non capii mai la ragione per cui o e oppure non significassero la stessa cosa. In un compito delle superiori scrissi sempre oppure, per paura che la o si potesse confondere con lo 0, e mi fu segnato sempre e solo sempre come errore. A un certo momento uno avrebbe dovuto considerare l'eventualità di un equivoco nell'interpretazione da parte mia, ma, e me ne chiedo ancora la ragione, ciò non avvenne. 

Si evince quindi, dalle vicende sin qui narrate, che ho sempre vissuto con fierezza senza avvertire il bisogno di disturbare la matematica, e a sua discolpa devo dire che nemmeno lei ha mai disturbato me. 
Una vita senza matematica è possibile, ho continuato a ripetermi negli anni, si può andare avanti anche senza portarsi addosso questo pesante fardello numerico. In fondo – ho continuato il mio ragionamento - se mai ne avessi bisogno, posso sempre contare sulla calcolatrice; in fondo, quale catastrofe dovrà mai capitarmi perché mi si chieda di utilizzare, che ne so, l'algebra, o una parabola. Un'iperbole forse sì, ma lì poi è questione di carattere. 
Mentre di altre ignoranze mi vergogno, di questa ne faccio un fiore e me la metto all'occhiello, il mento alto, la bocca smorfiosa: non so contare, embè? Dovevo pur scegliermi un vezzo. 
E il vezzo c'è stato. Finché non è successo che dovevo fare due calcoli e ho – volutamente - non usato la calcolatrice. 


Per due calcoli intendo esattamente due calcoli, quei calcoli normali che le persone comuni fanno abbastanza spesso, più o meno ogni 31 giorni, e che consistono nel dividere a metà affitto e bollette. 
Per cui, si fa così, no? Unisci affitto e bollette. Li dividi a metà. 
No, un secondo. Metti in colonna affitto e bollette. Li sommi. Dividi a metà. 
No, aspetta. 
Ho provato. Ho riprovato. 
Ho scritto. Ho riscritto. 
Non convinta, ho riprovato e ho riscritto. 
Mi sono allontanata dal foglio. Ho guardato. 
Ho preso la calcolatrice. Ho riguardato il foglio. Ho cancellato

Non so se sia stato più l'orrore o la sorpresa a riportarmi in vita dopo un tale sforzo di concentrazione. Resta il fatto che, dopo un sussulto, e dopo aver cercato di occultare le prove della mia incapacità, ho iniziato ad appigliarmi alle più volgari scuse: “Ma non potevo, davvero io....io ero un'artista, non potevo studiare anche....no, davvero, il libro pesava troppo, e io...”. 
Mi sono arresa, ammutolita. 

Ho 27 anni e non mi ricordo più come si fanno le operazioni in colonna.

mercoledì 21 agosto 2013

Piccole cose che cadono


Nel 1995, dopo la Prima Comunione, raccolsi tutte le bomboniere ricevute dagli altri bambini e le misi dentro un portagioie di colore chiaro, credo celeste. Ogni tanto lo aprivo e le ammiravo. Le prendevo e le spostavo. I miei gioielli, gli oggetti piccoli. C'erano, lì dentro, dei pupazzetti in tenuta sportiva, una bambolina di ceramica e degli animalini di vetro soffiato, tutti colorati, per i quali nutrivo una sentita adorazione. Un giorno il portagioie mi cadde di mano.
Una mattina di tanti anni fa, mia madre voleva regalarmi un cigno di cristallo. Lo comprò ma, nel tornare a casa, la scatola che lo conteneva cadde e si vergognò di darmelo. Anni dopo, mi diede la scatola con i pezzi: le due ali erano gocce grandi.
Non so che fine abbiano fatto i pezzi, ma la scatola ce l'ho ancora.
Nel diario della seconda elementare scrissi l'elenco dei regali ricevuti per il mio compleanno. Li misi tutti dentro ad un astuccio rosso, che posseggo ancora e che attualmente uso come raccogli nastri-stoffa-cordini che, hai visto mai, potrebbero sempre servire quando devi impacchettare qualcosa a qualcuno. Tra i regali, quell'estate spiccava per preziosità il profumo di Beverly Hills, dal tappo a forma di spirale e dall'odore vagamente asprigno. L'astuccio mi cadde di mano.

Quando non si rompono, le cose continuo a conservarle nei secoli. Cose che hanno la mia età e che sopravvivono ai traslochi, ai cambi dell'armadio e agli sbalzi d'umore.

Non trovo più però - chissà dov'è - un contenitore cilindrico decorato a fiori rosa e verdi, che, sempre in quegli anni, mi regalò Carla, la vicina di casa di quando abitavo su un'amena collina affacciata su un campo di balle di fieno. Assieme al contenitore, Carla mi regalò un piccolo beauty case, che ho ancora, con dentro un bagno schiuma e una saponetta. Se la cerco, sono certa che qualche residuo di quella saponetta da qualche parte è rimasto, continuando a profumare i cassetti della mia vita dagli 8 anni in su. Ma il contenitore a fiori rosa e verdi non ricordo dov'è. Mi piaceva perché non era soltanto una scatola: Carla dentro ci aveva messo dei sassi. Li aveva raccolti in vacanza in Grecia e poi lucidati. Erano il mio mondo. Uno, in particolare, era ai miei occhi stupendo: piccolo, liscissimo, a forma di uovo, mi piaceva perché era di un bel marrone aranciato, perfettamente diviso in due da una strisciolina bianca. Così lucido e così liscio, era per me un gioiello, che tenevo in una scatolina a forma di libro uscita dalle merendine del Mulino Bianco.
In quel periodo uscivano in edicola delle riviste con allegate delle pseudo pietre preziose, che alcuni miei compagni di classe collezionavano - l'alternativa erano le ossa per costruire il T-Rex fosforescente. Le portavano in classe per confrontarle all'intervallo, e a un certo punto arrivai anch'io, con il mio sasso arancione con la striscia bianca - un vero orgoglio - e loro mi dissero che no, non era mica una pietra preziosa. 
All'epoca Elisa, che era in classe con me, mi regalò un sacchetto a quadrettini bianchi e azzurri con un treno incollato in un angolo, senz'altro una toppa, dentro al quale aveva nascosto i suoi tesori: un cuoricino di sapone, nel senso che era ripieno di sapone liquido, un dischetto con la faccia di Casper che serviva per far un gioco a quanto rammento fichissimo ma di cui mi sfugge il nome, delle chiavi, 3 biglie - una azzurra, una verde e bianca, una nera.  Molte di quelle cose le ho ancora. Anche se, chissà, probabilmente il sacchetto mi cadde di mano.


lunedì 24 giugno 2013

Silenzio

Esiste un mondo oltre me. 
Esiste un mondo che non sono io, che non è il mio cuore che batte, che non è il mio respiro irregolare. Esiste e vive, nonostante me. Va avanti e incespica, noncurante della mia presenza. 

Ho sempre cercato la considerazione, da chiunque e da qualsiasi cosa. Dalle persone e dai gatti. Dalle piante grasse e dai sassi. Ho sempre pensato che questa considerazione mi fosse dovuta. Che mi fosse obbligata. E se c'era, non era mai abbastanza. E se non c'era, erano lacrime. Nessuno che mi tributasse l'importanza che meritavo. Poi succede che l'incontro. Incontro una cosa che si chiama silenzio. 



C'est la vie - foto René Mt2
Ci sono alberi. Ci sono alberi altissimi, intere colonie protese verso il cielo, a tenere a bada la luce e la calura. E io sono piccola, ma non ci faccio caso. Mi sono sempre piaciuti, gli alberi. I rami contorti. Le foglie in attesa. 
Ci sono alberi e gli alberi incorniciano un sentiero. La luce arriva filtrata dalle foglie, azzurrata e tenue. Ho quasi freddo. I passi cadenzati seguono il sentiero. 
Silenzio, dice un cartello. 
Le persone parlano. 
Le persone parlano sempre, anche sotto i cartelli che dicono Silenzio. 
Io rispetto i cartelli. Rispetto i cartelli e le indicazioni in maniera quasi maniacale. Mi presento negli orari di apertura indicati. Non sgocciolo il gelato nei negozi. Resto immobile dietro le righe gialle. Se vedo scritto silenzio, faccio silenzio. 

Vocianti, le persone si mettono in fila per raggiungere il santuario. Pietra grigia, che sa di medioevo e sa di fresco. Lungo un corridoio, sui muri, è raccontata la storia del Santo. Dietro una piccola porta spunta uno squarcio di mondo, un idillio: un monte spaccato, una grotta, erba e muschio, e una farfalla bianca

Come in un paesaggio di una storia di infanzia, c'è l'Arcadia e c'è il dirupo. Il santuario è nato su una roccia, grigio come quella, svettante, circondato dal vento che sale dalla valle. Lo spazio attorno è pieno d'aria. Forse il silenzio è aria. Senza accorgermene lo lascio entrare. 

Non so bene perché, ma ad occhi chiusi il silenzio si sente meglio. Mi ancoro a terra e chiudo gli occhi. Pochi istanti, davvero pochi. Non sono il tipo, da starmene lì ad occhi chiusi a contemplare il silenzio. 

Chiudo gli occhi e non sento niente. Chiudo gli occhi e non penso. 
Forse il silenzio è non pensare. 
Forse il silenzio è dimenticarsi di pensare. Dimenticarsi che esiste una nube vorticante in testa. Dimenticarsi della testa. Dimenticarsi di sé. Non darsi importanza. Non darsi peso. Non essere. 

Esiste un mondo oltre me. Esiste un mondo che non sono io, che non è il mio cuore che batte, che non è il mio respiro irregolare. Esiste, e ha vita a sé. 

In questo mondo posso camminare e mangiare qualcosa, quando mi va. Posso dire la mia, posso lavorare, posso lavare quella camicia a righe perché sia pronta per giovedì. Ma questo mondo non è me. Io non sono questo mondo. Le macchine che passano, le parole degli altri, le voci alterate, gli insulti, non sono me. Possono entrare e uscire da me tutte le volte che vogliono, ma in certi momenti possono anche decidere di scivolare e basta. 

Ogni tanto mi dovrei ricordare di dimenticarmi un po'. 



22 giugno 2013, La Verna

giovedì 11 aprile 2013

Spazio agli spazi!

Come Artincanti approdò all'Ex Disco Rosso

Se avessi uno spazio bianco e vuoto a completa disposizione, per prima cosa sgranerei gli occhi di gioia. Io, che ho potuto possedere un comodino per la prima volta alla veneranda età di 26 anni, non potrei sostenere la felicità di avere addirittura un'intera camera, se non due, a cui dare forma secondo la mia fantasia. In un secondo momento, andrei senz'altro in crisi di fronte alla mia totale incapacità di affrontare le cose in modo pratico; quindi, dopo aver riempito il suddetto spazio di pezzi di stoffa, quaderni e perline, me ne andrei via con la fronte corrucciata, un po' come se avessi 5 anni e non riuscissi a scrivere il mio nome.

Ma c'è anche chi, se avesse uno spazio bianco e vuoto a disposizione, ci appenderebbe degli acchiappasogni.





Metterebbe un teatrino alla finestra.






Cesti di lana sul tavolo, e scatole di lana appoggiate a una colonna.





Matrioske a prendere possesso di un muro screpolato.



C'è chi lo farebbe, e c'è chi lo fa.
Artincanti lo fa.
L'associazione culturale ha "vinto" uno spazio bianco e vuoto da riempire a proprio (buon) gusto per un paio di mesi, aprile e maggio.
L'Ex Disco Rosso (tra Piazza XX Settembre e Via Giorgio Regnoli, a Forlì) è uno dei locali sfitti che il Comune ha messo a disposizione delle associazioni del territorio, per un'iniziativa che ha preso il via a gennaio e che risponde al nome di Spazio agli Spazi.

Artincanti è andata alla conquista dell'Ex Disco Rosso martedì pomeriggio, perché uno spazio bianco deve rimanere tale per poco. 

Senza ben rendersi conto di quel che faceva, qualche mese fa Artincanti ha detto a me e René: "Ecco, tenete, le vostre tessere dell'associazione!Siete dei nostri adesso"
Ragion per cui, ad aprile e maggio, all'Ex Disco Rosso ci saremo anche noi.
E con noi ci saranno animazioni, mostre, baratti, una maratona fotografica, acchiappasogni e metri di lana da lavorare a maglia.
Il programma completo è qui e mio preciso compito sarà riuscire ad impararlo a memoria, almeno per la fine di giugno.

Lo spazio, da martedì ad oggi, intanto è andato avanti a decorarsi.
Ci sono anche degli elefantini blu, che adesso sbirciano curiosi fuori dalla finestra, per chiamare la gente che passeggia, con un barrito leggero leggero.



Ex Disco Rosso

Orari di apertura:
lunedì, mercoledì, venerdì e sabato pomeriggio dalle 16.30 alle 19.30
e in occasione degli eventi.

Il mercoledì sera dalle 20.30 - Knit Cafè: lana, ferri e tante chiacchiere, in attesa di riempire la città di sciarpe colorate durante La Notte Verde Europea di Forlì (17 e 18 maggio).


venerdì 22 marzo 2013

Turisti

Ci siamo incontrati a metà strada.
Incontrarsi a metà strada mi piace sempre molto. È un po’ una gara, mi fa affrettare il passo per riuscire ad arrivare un po' più lontano della metà, e festeggiare dicendomi “Ho fatto prima io!”. Ma soprattutto è una sorpresa, mi fa camminare ad occhi spalancati, col sorriso, mentre allungo la testa dietro ogni angolo, per scorgere se l'altra persona arriva.
Di certo è una soddisfazione, perché la metà la supero sempre.




"Una passeggiata vi va?" Era il cielo a chiederlo, era la primavera, per niente timida, per il giorno del suo ritorno. E la primavera si festeggia con un gelato – no, non c'è altro modo. "Per me alla stracciatella, grazie."
Di chiacchiera in chiacchiera, il cappotto al braccio, la sciarpa legata alla borsa, ci siamo inoltrati nelle vie del centro, finché non ci siamo persi.

René si era infilato in qualche cunicolo a fare fotografie, io avanzavo piano, un passo al sole un passo all'ombra, e ogni finestra e ogni mattone hanno preteso la mia attenzione. “Guardaci” hanno sussurrato. Ci tenevano davvero. Allora li ho guardati e a un certo punto mi è sembrato di essere in un posto nuovo.

Ho visto comparire una torre, e una finestrella sopra un tetto, in una via che ho percorso almeno 730 volte, andata e ritorno, per un anno intero.
Ho visto un locale serale aperto nella luce del pomeriggio, le sedie ribaltate sui tavoli, i bicchieri e le bottiglie in fila nell’ombra, custodi di un silenzio e di una calma momentanei, ma che richiamavano già un vociare sommesso, un tintinnio di vetri.
Alzando lo sguardo ho incontrato i palazzi riflessi sulle finestre, una tenda turchese, una libreria invitante, in un appartamento. Ho visto una casa bianca con la porta verde, con un nano a fare la guardia, pendagli trasparenti appesi alle finestre del piano di sopra, e per un attimo, con la mente, mi sono trasferita lì. 




Dentro di me si è fatta la quiete.
Potrei essere ovunque, mi sono detta. Abito in questa città da un numero sconsiderato di anni, eppure ora potrei essere ovunque. Non conosco questo posto, non lo posso giudicare. Non conosco la vita dietro quelle belle tende. Non ho mai visto lei, lei non ha mai visto me.



Ho recuperato dalla borsa l’unico mezzo con fotocamera di cui sono fornita e mi sono messa anch'io a scattare delle fotografie. Così, per provare a guardare le cose dentro un rettangolo.





La nostra passeggiata procedeva in silenzio, in rilassante solitudine condivisa, quando un gruppo di signore ci ha superato, dicendo, con sorridente convinzione: “Questi sono turisti”.

Turisti. Sì. In un certo senso, sì.

giovedì 14 marzo 2013

Tre cose belle

Ovvero tre regali al dì

Nelle mie rasserenanti passeggiate tra blog e siti vari, sono incappata, non so più come, in tre cose belle. Non so più come sul serio. 
Trovo molto rilassante perdermi tra un sito e l'altro, seguire un'immagine, fiondarmi su un link, sbirciare titoli, infilarmi in un'altra pagina ancora...alla fine della mia passeggiata, mi rimangono impresse le idee, a volte intere storie, a volte solo passaggi vaghi, ma la sensazione che ho è quella di essermi, in un qualche modo, arricchita. Recuperare il percorso fatto è impossibile. È un po' come rintracciare il filo dei pensieri, quando la testa galleggia leggera leggera, e non lo sa nemmeno lei, a cosa sta pensando, e come faccia a passare da "pesciolino rosso" a "quale libro potrei leggere ora" nel giro di un mezzo secondo. 

Ecco, dicevo, in questo mio girovagare naso all'aria, ieri ho incontrato tre cose belle
In realtà lo dovrei scrivere così #3cosebelle, perché viaggia su Twitter, ma il mio rapporto con il suddetto social network è tale che non sapevo nemmeno come digitare il cancelletto sulla tastiera del computer. 
Se su Twitter scrivi #3cosebelle, poi racconti tre cose belle che ti sono capitate durante la giornata. Funziona così. 
La cosa mi ha subito allettata al punto che ho preso la mia agendina e le ho scritte di getto, le mie tre cose belle di ieri. Le ho scritte e le ho guardate con gusto e compiacimento, come avrei potuto guardare un bel disegno appena fatto in quinta elementare. Con gli occhi contenti. 
Mi sono detta: fallo, è proprio bello, è proprio utile. Soffermarsi a pensare alle cose belle può essere un esercizio, piccolo, una dolcezza, un regalo. 
Mi sono chiesta: chissà se sarà facile, trovare ogni giorno tre cose belle. Ma lì per lì era per me così esaltante l'idea di dover scrivere in un quaderno tutti i giorni (sono una feticista dei quaderni e della scrittura) che mi sono detta sì, le troverò, è normale. Male che vada scriverò tutti i giorni: la cosa bella di oggi è che ho scritto nel mio quadernetto. 

Oggi sono andata a cercare di nuovo notizie al riguardo. 
E ho scoperto che 3cosebelle nasce da un'idea di Fraintesa, che la racconta qui sul suo blog
È stato davvero piacevole scoprire che, fin da subito, ho avuto la stessa sensazione che descrive lei, pur avendo iniziato solo ieri questo giochino. Ed è quella sensazione di serenità che mi ha portata a dirmi, guardandomi intorno: "Questa potrebbe essere una delle 3 cose belle di oggi". 
La sensazione che mi sentivo addosso oggi, passeggiando sotto la pioggia per andare alla fermata dell'autobus, sotto un ombrello troppo piccolo e troppo malconcio, affondando in pozzanghere simil Fossa della Marianne, era proprio quella. Cercare cose belle. 
È un modo per mettere la mente in moto, per imparare ad essere attenti, ad essere curiosi, ad essere istintivi. Un po' come quando si fanno foto, mi direbbe René. Ecco, sì, mi sono sentita così. 

Per cui, svolgo anche oggi il mio esercizio, ed eccole qua, le mie tre cose belle: 

  1.  ho fatto la spesa per una bella cenetta che voglio preparare domani sera 
  2.  ho fatto una telefonata al lavoro e sono sopravvissuta! (i miei precedenti al riguardo sono stati alquanto disastrosi)
  3. sono scoppiata a ridere da sola, apparentemente senza motivo. Quando me ne sono resa conto, sono rimasta per un attimo sorpresa, poi ho riso ancora di più.
Adesso mi resta una sola cosa da fare: imparare ad usare Twitter.




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