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giovedì 4 maggio 2017

Passeggiata di fine aprile


Chiacchiere e silenzio.
La fine di aprile si merita una passeggiata in pieno sole, il respiro lento della domenica mattina, la voce che plana leggera da una parola all'altra.
L'elogio di una vita quieta.

lunedì 2 maggio 2016

Instamare


Questa è la storia di un gruppo di persone che si sono conosciute grazie al magico mondo di Instagram e dei blog. Questa è una storia che passa dal virtuale al reale - con tutte le conseguenti riflessioni implicite di cosa sia reale davvero. 
In tutta sincerità, se devo dire come sia avvenuto il primo contatto tra di noi, non me lo ricordo nemmeno. Ma avete presente quel momento in cui senti che di una persona ti puoi fidare? Quando, a pelle, avverti che c'è tanto di bello da condividere? Ecco, noi l'abbiamo sentito e grazie alla temerarietà di Francesca e Valeria è nato #Instamare2016, un fine settimana a Rimini insieme, per conoscersi, per avvicinarsi, per curiosità. 
E per scoprire, alla fine, che cercavamo tutte la stessa cosa: tranquillità e pace. Chissà la prossima volta dove andremo. Perché naturalmente sappiamo già che ci sarà una prossima volta. 


Rimini, 16 aprile 2016

Se guardo il mare che va e viene, va e viene, mi ipnotizzo. 
L'acqua ancora è troppo fredda per fare il bagno, ma la spiaggia ha il suo rituale al quale devi cedere, almeno da marzo fino a ottobre: 
togliere le scarpe 
portarsele in giro ciondolanti 
abbandonarle il prima possibile
arrotolare i jeans e  fingere che le caviglie non siano troppo bianche e i piedi non troppo infreddoliti 
affondarli nella sabbia tiepida 
respirare a fondo 
guardare - il mare, il cielo, i gabbiani, i passanti. Guardare. 
È così da sempre, nei secoli dei secoli. Non ci si può fare nulla. 




La spiaggia ci aspettava. Appena arrivate, appena conosciute, cosa fai, in una città di mare, in un giorno di sole? Cerchi la spiaggia. 
Piacere, Norma. Piacere, Francesca. Valeria, Giovanna. Polly. Annalù
Io sono un po' in imbarazzo. Ma dai, stai tranquilla! Com'è andato il viaggio? Bene, ma il regionale era pieno. Passiamo prima un momento in albergo? Certo, poi andiamo al mare, non è lontano. 
Ci siamo accoccolate sulla sabbia, col mare di fronte. C'era vento e la sabbia finiva dappertutto - se provo a svuotare la mia borsa, sono certa che ce ne sia ancora, in qualche tasca interna, insieme alle carte delle caramelle. 


Il vento, oltre alla sabbia, si portava a spasso le nostre parole. Erano tante. 
Non è difficile immaginarselo, vero? Chissà perché avevo così tanta paura di far sentire la mia voce, prima di partire. Chissà perché temevo non sarebbe stato così semplice, raccontarsi. E invece abbiamo condiviso piccole gioie e piccole paure, consigli sui libri da leggere e sulle serie da guardare, camera e bagno, la pizza e i passatelli. 
Abbiamo giocato con la piccola Annalù, che si nascondeva dietro le sedie al ristorante e faceva "Buh", con quella vocina minuscola e gli occhi spalancati. Abbiamo rifatto assieme il letto a castello, quello di sopra, perché in quello di sotto non ci so dormire e perché non sono poi così precisa nel fare un letto come si deve. Abbiamo fatto una foto con i piedi a mollo nell'acqua gelida e non è una cosa così banale, per me. Mi concedo a dosi molto piccole. Abbiamo chiacchierato con addosso quella rilassatezza un po' molle dei giorni di vacanza, quando sai che nessun impegno ti attende, guardando distrattamente i passanti, raccontandoci di noi con parole morbide e rotonde. Abbiamo lasciato la corazza a casa.

Sono passate due settimane, da quei giorni azzurri azzurri, trascorsi con un gruppetto di perfette sconosciute, che dopo un paio di minuti già mi pareva di conoscere da una vita. 
Ne scrivo col sorriso e con una sensazione di immensa serenità nel petto – come la risacca, va e viene, va e viene, e solo sentirne il suono in lontananza riappacifica col mondo - perché è questo che mi hanno lasciato: dolcezza.
Oltre ad una girandola. E ad un francobollo. E a delle lettere che solo tra amiche ci si può scambiare. E ad un quadernetto piccolo, che non guasta mai. E a due cartoline bellissime. E a un fiore gentile, che attende il suo destino. E ad una barchetta fatta con un metodo che mi sono dimenticata, ma che sta aspettando di essere appesa da qualche parte. 
Magari ad una collana, per portarmela addosso, per veleggiare leggera.





mercoledì 23 marzo 2016

Zen spicciolo per persone per niente zen

https://www.instagram.com/nuvolesulsoffitto/

Stamattina, io e Nervosismo Atavico (che, guarda caso, ha le mie stesse iniziali) siamo usciti per la nostra solita passeggiata per andare a prendere l'autobus. Questa passeggiata assolve alla triplice funzione di:
  • sgranchire le gambe
  • ascoltare estasiati il canto di un certo numero di volatili urbani
  • acquietare le mente
Peccato che l'ultimo punto ce lo scordiamo sempre.


Di solito accade così: suona la sveglia e noi, in all'incirca tre nanosecondi, abbiamo già elencato tutte le cose da fare in giornata, quelle che abbiamo fatto male il giorno prima, quelle che faremo male il giorno dopo. In più, abbiamo già provato, copione in mano, tutti i dialoghi che si svolgeranno nelle successive 24 ore, non sia mai ci si scordi qualche battuta fondamentale.

Siamo così pronti per la nostra bella passeggiata rilassante.

Ogni passo un pensiero. Ogni refolo di vento una paranoia. Arriviamo al lavoro un pochino tesi, ma tanto ci siamo abituati così.


Poi, un bel giorno, io e Nervosismo iniziamo a leggere dappertutto cose come “Vivi il momento!”, “Sii presente a te stesso!”, “Scopri come diventare una persona migliore grazie alla mindfulness!”, “Meditazione oggi: 5 minuti al giorno e addio stress – solo per occidentali”.
Il primo pensiero è stato rilanciare a nostra volta con un corso “Come diventare persone agitate e con la smania del controllo in sole 6 lezioni, guru con esperienza trentennale”. Poi ci siamo arresi. Quasi subito e per pochissimo tempo.


Quindi noi, che siamo zen come il tubetto del dentifricio strizzato male, ci siamo detti che, in fondo in fondo, provare a fare una passeggiata senza ammorbarsi troppo di pensieri poteva essere una cosa accettabile. Persino gradevole. Concentrarsi solo sui propri passi, sulla camminata. Fare spazio, fare silenzio.

Un passo, un pensiero – no, aspetta un attimo, adesso chi se ne importa di quella mail? Senti, c'è il merlo che canta. Un passo, una paranoia – no, ma ti pare, non ti odia, stai tranquilla! Ascolta il rombo del motore. Oh, guarda, un gallo! Questo clacson ha un suono melodioso. Tho? C'è l'annuncio di un imbianchino. In questa aiuola bistrattata stanno però crescendo le viole.

E così fino a che non sono arrivata alla fermata dell'autobus e quando il nonno vigile mi ha salutata, non ho capito cosa mi ha detto, ma gli ho prontamente risposto “Non riuscivo a capire che uccello era”.


Era una ghiandaia.

giovedì 12 novembre 2015

La conta delle nuvole


La prima nuvola è quella che vedo alzando la testa. È esattamente come una nuvola dev'essere: bianca, batuffolosa, tondeggiante, simpatica. Mi strappa un sorriso di primo mattino.

La seconda nuvola è più sfilacciata, come quando provo a tirare via un pezzetto d'ovatta e invece non faccio altro che allungarlo all'infinito. È leggerissima, palpabile appena. Man mano che la guardo si dissolve.

La terza nuvola è maestosa. La sua mole incombe, copre, spaventa. Mi sento minuscola sotto la sua ombra e il mio primo istinto sarebbe scappare. Per poi guardarla ammirata, da lontano, da un posto sicuro.




Un bel giorno, dopo la mia solita passeggiata pre autobus, mi sono fermata. Il risveglio era stato dolce, dopo una notte insonne, dopo pensieri difficili. Ed era stato dolce perché avevo visto zampettare i merli nel parco. 
Mi sono fermata e, come se l'avessi appena scoperto, mi sono detta "A volte mi dimentico quello che ho e quello che sono"
Ora, non ho le ali e nemmeno uno splendido canto, e di questo me ne rammarico. Ma amo osservare gli animali indaffarati, amo la pace che la loro presenza mi regala. E non è, questa, una cosa che ho?
Allora mi sono fermata ancora. Mi sono ricordata di quanto poco mi basti per rasserenarmi un po'. Pochissimo, ne convengo, se vedere un merlo che gonfia le penne basta a risollevarmi da un momento di cupa ambascia.




Ho tante cose.
Sono tante cose – e tutte in una volta, caoticamente.
Non lo voglio dimenticare.




Una bella passeggiata nel parco, in un giorno di sole. Una chiacchierata senza timori, con una persona che ha davvero piacere di ascoltarmi. Un libro nella borsa, che aspetta di essere aperto. Una persona che sa farmi ridere. Un pranzetto preparato apposta per me. 
Questa è la nuvola numero uno.




Il silenzio. L'irrequietezza. Quella sensazione di voler creare qualcosa, che mi prende a volte, quando il cielo muta di colore e l'aria è cristallina, e che di solito si dissolve in nulla, ma è lì, è sempre la stessa sensazione da anni. Il voler essere ogni cosa bella. Ascoltarti suonare e pensare: questo è quello che suonerei io, se solo sapessi farlo.
Questa è la nuvola numero due.




La forza d'animo. Il coraggio, nonostante tutto. La testa che si alza dal cuscino, ogni mattina, la faccia che si guarda allo specchio e si sorride. Una persona che ti conosce nel profondo, ma non ti rinfaccia un bel niente: le vai bene così.
Questa è la nuvola numero tre.

È quella a cui faccio meno caso di tutte, perché se la guardo mi spaventa. È quella che attende di esplodere in un temporale, per diventare sereno, poi.


mercoledì 2 settembre 2015

A volte, fuggire

È un giorno afoso di luglio, di quelli ancora immersi nel lavoro, negli impegni, nella fatica delle ultime settimane prima dello stacco. Mi vieni a prendere all'uscita dall'ufficio.
“Domani facciamo una passeggiata” ci siamo detti il giorno prima e io e la bambina di 5 anni che ancora alberga in me l'abbiamo presa come una promessa. 
“Scegli: busta A o busta B?” mi dici. Questo gioco l'hai già fatto una volta. Sorrido, perché forse ho capito, e apro uno dei due bigliettini. Ma non pensavo, sul serio non pensavo, che la meta sarebbe stata davvero quella. 



È la sorpresa, la prima ad arrivare, una ventata fresca, dritta in faccia. Ma dietro di lei, correndo, arrivano i dubbi: sono milioni, sono veloci, sono dei perfetti sabotatori. Sanno farsi valere molto più di me. È troppo lontano, dicono. Avremo poco tempo per stare lì. Fa troppo caldo. Non è il caso di... 
Pfui. Li scaccio via, con una manata immaginaria. Zitto, cervello, non ti impicciare. Ho cose più importanti da fare, io. 





Abbiamo scelto l'ora più calda del giorno per partire e in macchina non c'è l'aria condizionata. Ma noi ugualmente andiamo verso nord est, col sole negli occhi. 
Sai che ci sono stata tre volte? ti racconto, due con la scuola, ma la più bella è stata la prima. Avevo sei anni, ero con mia cugina Alessia ed i miei zii ed ero convinta di non essere in Italia. Certo, all'epoca pensavo che in Italia ci fossero solo due città: Napoli e Forlì, e in mezzo tantissima campagna. Ricordo che comprammo due macchine fotografiche giocattolo, io verde e lei rosa, e se guardavi dentro l'obiettivo potevi vedere le fotografie dei punti più belli della città, clic clic clic, uno dopo l'altro. 
Ma chissà quante altre volte devo avertelo detto. Ci sono ricordi che mi porto addosso come gioielli. 





Il viaggio non è poi lungo come pensavamo e non è così tardi quando scendiamo dalla macchina e iniziamo a mescolarci tra la folla perenne, col preciso intento di perderci. 
Quanta bellezza, in questa città così surreale. Potrebbero farmi quasi male gli zigomi per quanto sorrido. 
Ci fermiamo un momento per bere qualcosa, in fondo eravamo usciti proprio per andarci a prendere uno spritz. Il fatto che dall'agognato bicchiere ci separassero 200 chilometri e passa si è rivelato infine un ostacolo di poco conto.
È un momento di tranquillità pura, un regalo che ci concediamo, un brindisi e quattro chiacchiere, mentre lo sguardo vaga intorno intorno, senza nessuna fretta, pigro e abbacinato. La città galleggia, emerge e s'immerge, si sbriciola, sfugge. 




La nostra passeggiata riprende. Ci piace farci incantare. Il vociare, i ciottoli, le bancarelle, l'acqua, i palazzi, i ponti. L'ombra e il sole, il buio e l'oro, una via, un'altra ancora. E poi, all'improvviso, il silenzio. Beh, certo, se escludiamo i gabbiani. 
Chissà dove siamo andati a finire. Tu stai già immaginando di girarci un film, tra questi palazzi di mattoni. A me si è scaricata la macchina fotografica proprio quando il cielo cominciava ad arrossire.
È ora di cena, ormai, quando ci decidiamo a chiedere la via per il centro ad un passante solitario. 
“Siete dalla parte opposta” ci risponde “Vi siete persi?”
Succede, quando esci senza una bussola in tasca.




lunedì 13 ottobre 2014

Attraverso la nebbia


nebbia shhh

Metto le mani a coppa e raccolgo il silenzio.
È appeso ad ogni ramo. 
La nebbia è un respiro così intenso che non esisto.

le sedie rosse

Quando esco di casa, non c'è nessuno, solo io e i merli. Zampettano affaccendati da molto prima che la mia sveglia abbia emesso bip. Lo vedo dai loro occhi vispi.

Di solito, quando attraverso il parco, mi attende una ben più folta compagnia. Le belle oche dalle piume di latte. I germani reali, semiaddormentati, col becco ancora sotto l'ala. Le anatre mandarine. I corridori dell'alba. Ma questa mattina no, siamo solo io e i merli. Sembra di non poter incontrare anima per chilometri.


Potrei perdermi e la realtà è che lo vorrei. Vagare finché la nebbia non si dirada, percorrere le vie dolci e rotonde del parco, io e le mie tasche, Petit-Poucet rêveur.

due alberi nebbia

Nulla scandisce il mio tempo e le coordinate, quelle sono lontane dalla vista.

Gli alberi hanno smesso le ghirlande di fiori, hanno smesso i festoni di foglie. L'umidità è tale che non mi accorgo di calpestarle, si sono ammorbidite, non scricchiolano.

La notte ha tessuto i suoi sogni albero ad albero - appaiono quando la luce li investe, di taglio, mentre, da qualche parte, sorge. Gioielli invitanti, diademi di filo e di brina, che chiamano, invitano, lusingano. Per restare qui, sempre, per non uscire dal parco, dal sogno, dal sonno, mai.

Proseguo ancora.

Temo e allontano il momento in cui il rumore si insinuerà tra le crepe di questo regno che non si può trattenere. Temo l'idea di dover utilizzare la voce. E sarà inevitabile. 
La nebbia te la porti nelle ossa, non nelle orecchie.


casa nebbia

Quando sbuco dagli alberi alla realtà, realizzo che ogni cosa è sveglia e attiva, ma che avrei potuto non accorgermene mai. 
La città. Le persone. Le auto. Le case.

Io, da qualche parte.


lunedì 16 giugno 2014

Giugno e le sue meraviglie

Maggio verrà riassunto velocemente in questo modo:




Nonostante le lacune nella mia memoria, non ho abbandonato affatto il Noteworthy Things Project. Infatti eccolo qua che riparte da giugno, che è notoriamente il mese più bello dell'anno.


* 1. La splendida mostra "Liberty - uno stile per l'Italia moderna" al Museo San Domenico di Forlì.
Vi consiglierei di andare a visitarla, se non fosse che è terminata ieri.

* 2. Ogni giorno riesco sempre ad inventarmi nuovi modi per perdere tempo.

* 3. Nel dubbio su cosa fare, comunque, è sempre meglio leggere.

* 4. Si fa la conoscenza del duo Il Grande Cantagiro Barattoli:

Il Grande Cantagiro Barattoli
Foto René Mt2.

* 5. Mi piace questo articolo di Luisa Carrada sul pensare con la penna in mano.
Io anche al computer scrivo con la penna in mano.

* 6. La famiglia ha un compito fondamentale, che è quello di formarti il carattere.
Nel senso che te ne affibbia uno quando ancora sei in fasce e da allora ogni tua azione verrà considerata, narrata ed analizzata secondo quei parametri.

* 7. Gita fuori porta: Bomarzo e il Parco dei Mostri
Se non l'avete ancora fatto, andateci. E, prima di entrare nella Casa Pendente, preparatevi psicologicamente a sentire il vostro cervello rotolare via.

Bomarzo dalla finestra.

Casa Pendente - Il parco dei mostri
Foto René Mt2

Proteo Glauco - Il parco dei mostri
Foto René Mt2
* 8: Gita fuori porta parte seconda: il Lago di Bolsena.


* 9. Relax.
Ah, no, ho litigato col computer.

* 10. C'è un motivo per cui giugno è il mese più bello dell'anno:


* 11. Avevo promesso che, appena compiuti i 28 anni, avrei messo in ordine casa.
Poi, oh, non è colpa mia se alle 8 della mattina mi arriva un messaggio che dice
 "Oggi pomeriggio andiamo al parco?"

* 12. Leggere di più.
Lavorare con passione.
Farsi meno problemi.

* 13. Metà del bilocale è ora in ordine.

* 14. Tripla festa di compleanno al Cosmonauta
Da qualche parte ci deve essere pure il tappo.
Foto René Mt2.
* 15. Un pranzo di circa 4 ore.

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Noteworthy Things è un progetto di Pretty in Mad.

venerdì 10 gennaio 2014

Regali

Il 10 gennaio deve festeggiarsi una qualche ricorrenza che non conosco. 

Appena messo il muso fuori di casa, nel silenzio delle 7 e 24, i miei occhi hanno avuto un sobbalzo di sorpresa. 
Qualcuno aveva appeso un cuore sopra al cancelletto d'ingresso. 
Un cuore piuttosto grande, arzigogolato e cristallino, ritagliato con una certa maestria. 
Che gesto stupendo e strampalato, mi sono detta. Chissà per chi è. 
Ero a metà tra il sorriso e lo spavento, mentre mi avvicinavo, come se questo cuore avesse potuto travolgermi o attaccarmi. 
Sembrava vivo. 
Sembrava fatto di filamenti sottili, sui quali la luce si posava in piccole gocce, in perle trasparenti. 
Che strano pensiero, che disegno elaborato. 


Era una ragnatela. Una ragnatela vagamente a forma di cuore. 
Mi sono allontanata lungo la mia strada trattenendo una risata, per lo scherzo dei miei occhi appena svegli, per il solletico che aveva dato alla mia fantasia. 

Ma, ripeto, il mondo deve festeggiare qualche ricorrenza a me non nota, il 10 di gennaio. 

A passo svelto, le mani nelle tasche, mentre raggiungevo la fermata dell'autobus, con la coda del mio occhio non strabico ho visto una rosa. 
Nei giardini ne crescono di rose, ma alla mia sinistra non c'erano giardini, solo la collinetta che costeggia il fiume, coi suoi alberi sparsi, le sue case in discesa e i suoi recinti di galline. Ho fatto un passo indietro e ho sbirciato bene. 
Non era una rosa: erano due rose e una bottiglia. 
Due rose dentro a una bottiglia. 
Non mi stavo sbagliando, questa volta, erano proprio lì, ai piedi di un albero, i resti di una qualche celebrazione nascosta, segreta, consumata in fretta e in fretta abbandonata. 
Non gettata via – le rose, pur se a testa bassa, se ne stavano in piedi nel loro collo di bottiglia, come se qualcuno le avesse sistemate con cura, prima di fuggire. 


Ho pensato all'infinito reticolo di storie che ci circondano ad ogni passo, mentre mi infangavo le scarpe per avvicinarmi a quel vaso improvvisato. 
Ho pensato che non potevo sapere in alcun modo quali sentimenti avessero portato alla nascita di quel gesto – anche se potevo immaginarli, certo. 
So che per un attimo sono stata pervasa di dolcezza, l'attimo dopo ho intravisto solitudine e poi stento. So che mi sembra di comprendere gli oggetti, di avvertirne la vita su ogni spigolo, ma che fatico ad afferrare le persone. 

Non erano ancora le 8 e già potevo vantare di aver ricevuto due regali: due rose in una bottiglia e una ragnatela cuoriforme appesa di fronte al mio condominio. 
Regali che ho rubato per un attimo, furtivamente, ma che ho lasciato al loro posto.
Una vita, o forse un paio, di cui mi sono impossessata senza rendermene del tutto conto. 

Ho continuato la mia strada sempre con le mani nelle tasche, sempre a passo svelto. 
Il mondo si è svegliato romantico, stamattina. 
Io pure, ma ormai ci ho fatto l'abitudine.




giovedì 21 novembre 2013

Santuario

Giornate come questa rallegrano il respiro.

Nel freddo, il sole è un gioiello, il cielo una sciarpa di seta.

Mi rincantuccio nel cappotto e provo qualcosa che si chiama felicità: lo stupore di esistere.
Il gelo purifica tutto, ogni cosa diviene specchio e cristallo.
Io sono una statua di marmo, le guance levigate dal lavorio sottile dell'aria.





Penso raramente alla “spiritualità”. È una parola che non mi piace nemmeno molto e che non riesco a collocare nel lato serio dell'esistenza.
I miei altari sono fatti di piccoli oggetti, wunderkammer di ninnoli da rimirare, inquieti e giocosi insieme.
La mia religiosità è un libro nella borsa, un pensiero che riaffiora dall'infanzia, un miagolio insistente sotto la finestra. Una giornata con le mani nelle tasche del cappotto, che spazza via le agitazioni della sera prima. 


Il gelo è un santuario – come il silenzio, come il vociare indistinto che si disperde in lontananza.



Wunderkammer - foto scattate in un appartamento a Parigi nel luglio 2013.


lunedì 24 giugno 2013

Silenzio

Esiste un mondo oltre me. 
Esiste un mondo che non sono io, che non è il mio cuore che batte, che non è il mio respiro irregolare. Esiste e vive, nonostante me. Va avanti e incespica, noncurante della mia presenza. 

Ho sempre cercato la considerazione, da chiunque e da qualsiasi cosa. Dalle persone e dai gatti. Dalle piante grasse e dai sassi. Ho sempre pensato che questa considerazione mi fosse dovuta. Che mi fosse obbligata. E se c'era, non era mai abbastanza. E se non c'era, erano lacrime. Nessuno che mi tributasse l'importanza che meritavo. Poi succede che l'incontro. Incontro una cosa che si chiama silenzio. 



C'est la vie - foto René Mt2
Ci sono alberi. Ci sono alberi altissimi, intere colonie protese verso il cielo, a tenere a bada la luce e la calura. E io sono piccola, ma non ci faccio caso. Mi sono sempre piaciuti, gli alberi. I rami contorti. Le foglie in attesa. 
Ci sono alberi e gli alberi incorniciano un sentiero. La luce arriva filtrata dalle foglie, azzurrata e tenue. Ho quasi freddo. I passi cadenzati seguono il sentiero. 
Silenzio, dice un cartello. 
Le persone parlano. 
Le persone parlano sempre, anche sotto i cartelli che dicono Silenzio. 
Io rispetto i cartelli. Rispetto i cartelli e le indicazioni in maniera quasi maniacale. Mi presento negli orari di apertura indicati. Non sgocciolo il gelato nei negozi. Resto immobile dietro le righe gialle. Se vedo scritto silenzio, faccio silenzio. 

Vocianti, le persone si mettono in fila per raggiungere il santuario. Pietra grigia, che sa di medioevo e sa di fresco. Lungo un corridoio, sui muri, è raccontata la storia del Santo. Dietro una piccola porta spunta uno squarcio di mondo, un idillio: un monte spaccato, una grotta, erba e muschio, e una farfalla bianca

Come in un paesaggio di una storia di infanzia, c'è l'Arcadia e c'è il dirupo. Il santuario è nato su una roccia, grigio come quella, svettante, circondato dal vento che sale dalla valle. Lo spazio attorno è pieno d'aria. Forse il silenzio è aria. Senza accorgermene lo lascio entrare. 

Non so bene perché, ma ad occhi chiusi il silenzio si sente meglio. Mi ancoro a terra e chiudo gli occhi. Pochi istanti, davvero pochi. Non sono il tipo, da starmene lì ad occhi chiusi a contemplare il silenzio. 

Chiudo gli occhi e non sento niente. Chiudo gli occhi e non penso. 
Forse il silenzio è non pensare. 
Forse il silenzio è dimenticarsi di pensare. Dimenticarsi che esiste una nube vorticante in testa. Dimenticarsi della testa. Dimenticarsi di sé. Non darsi importanza. Non darsi peso. Non essere. 

Esiste un mondo oltre me. Esiste un mondo che non sono io, che non è il mio cuore che batte, che non è il mio respiro irregolare. Esiste, e ha vita a sé. 

In questo mondo posso camminare e mangiare qualcosa, quando mi va. Posso dire la mia, posso lavorare, posso lavare quella camicia a righe perché sia pronta per giovedì. Ma questo mondo non è me. Io non sono questo mondo. Le macchine che passano, le parole degli altri, le voci alterate, gli insulti, non sono me. Possono entrare e uscire da me tutte le volte che vogliono, ma in certi momenti possono anche decidere di scivolare e basta. 

Ogni tanto mi dovrei ricordare di dimenticarmi un po'. 



22 giugno 2013, La Verna

venerdì 22 marzo 2013

Turisti

Ci siamo incontrati a metà strada.
Incontrarsi a metà strada mi piace sempre molto. È un po’ una gara, mi fa affrettare il passo per riuscire ad arrivare un po' più lontano della metà, e festeggiare dicendomi “Ho fatto prima io!”. Ma soprattutto è una sorpresa, mi fa camminare ad occhi spalancati, col sorriso, mentre allungo la testa dietro ogni angolo, per scorgere se l'altra persona arriva.
Di certo è una soddisfazione, perché la metà la supero sempre.




"Una passeggiata vi va?" Era il cielo a chiederlo, era la primavera, per niente timida, per il giorno del suo ritorno. E la primavera si festeggia con un gelato – no, non c'è altro modo. "Per me alla stracciatella, grazie."
Di chiacchiera in chiacchiera, il cappotto al braccio, la sciarpa legata alla borsa, ci siamo inoltrati nelle vie del centro, finché non ci siamo persi.

René si era infilato in qualche cunicolo a fare fotografie, io avanzavo piano, un passo al sole un passo all'ombra, e ogni finestra e ogni mattone hanno preteso la mia attenzione. “Guardaci” hanno sussurrato. Ci tenevano davvero. Allora li ho guardati e a un certo punto mi è sembrato di essere in un posto nuovo.

Ho visto comparire una torre, e una finestrella sopra un tetto, in una via che ho percorso almeno 730 volte, andata e ritorno, per un anno intero.
Ho visto un locale serale aperto nella luce del pomeriggio, le sedie ribaltate sui tavoli, i bicchieri e le bottiglie in fila nell’ombra, custodi di un silenzio e di una calma momentanei, ma che richiamavano già un vociare sommesso, un tintinnio di vetri.
Alzando lo sguardo ho incontrato i palazzi riflessi sulle finestre, una tenda turchese, una libreria invitante, in un appartamento. Ho visto una casa bianca con la porta verde, con un nano a fare la guardia, pendagli trasparenti appesi alle finestre del piano di sopra, e per un attimo, con la mente, mi sono trasferita lì. 




Dentro di me si è fatta la quiete.
Potrei essere ovunque, mi sono detta. Abito in questa città da un numero sconsiderato di anni, eppure ora potrei essere ovunque. Non conosco questo posto, non lo posso giudicare. Non conosco la vita dietro quelle belle tende. Non ho mai visto lei, lei non ha mai visto me.



Ho recuperato dalla borsa l’unico mezzo con fotocamera di cui sono fornita e mi sono messa anch'io a scattare delle fotografie. Così, per provare a guardare le cose dentro un rettangolo.





La nostra passeggiata procedeva in silenzio, in rilassante solitudine condivisa, quando un gruppo di signore ci ha superato, dicendo, con sorridente convinzione: “Questi sono turisti”.

Turisti. Sì. In un certo senso, sì.

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