mercoledì 2 settembre 2015

A volte, fuggire

È un giorno afoso di luglio, di quelli ancora immersi nel lavoro, negli impegni, nella fatica delle ultime settimane prima dello stacco. Mi vieni a prendere all'uscita dall'ufficio.
“Domani facciamo una passeggiata” ci siamo detti il giorno prima e io e la bambina di 5 anni che ancora alberga in me l'abbiamo presa come una promessa. 
“Scegli: busta A o busta B?” mi dici. Questo gioco l'hai già fatto una volta. Sorrido, perché forse ho capito, e apro uno dei due bigliettini. Ma non pensavo, sul serio non pensavo, che la meta sarebbe stata davvero quella. 



È la sorpresa, la prima ad arrivare, una ventata fresca, dritta in faccia. Ma dietro di lei, correndo, arrivano i dubbi: sono milioni, sono veloci, sono dei perfetti sabotatori. Sanno farsi valere molto più di me. È troppo lontano, dicono. Avremo poco tempo per stare lì. Fa troppo caldo. Non è il caso di... 
Pfui. Li scaccio via, con una manata immaginaria. Zitto, cervello, non ti impicciare. Ho cose più importanti da fare, io. 





Abbiamo scelto l'ora più calda del giorno per partire e in macchina non c'è l'aria condizionata. Ma noi ugualmente andiamo verso nord est, col sole negli occhi. 
Sai che ci sono stata tre volte? ti racconto, due con la scuola, ma la più bella è stata la prima. Avevo sei anni, ero con mia cugina Alessia ed i miei zii ed ero convinta di non essere in Italia. Certo, all'epoca pensavo che in Italia ci fossero solo due città: Napoli e Forlì, e in mezzo tantissima campagna. Ricordo che comprammo due macchine fotografiche giocattolo, io verde e lei rosa, e se guardavi dentro l'obiettivo potevi vedere le fotografie dei punti più belli della città, clic clic clic, uno dopo l'altro. 
Ma chissà quante altre volte devo avertelo detto. Ci sono ricordi che mi porto addosso come gioielli. 





Il viaggio non è poi lungo come pensavamo e non è così tardi quando scendiamo dalla macchina e iniziamo a mescolarci tra la folla perenne, col preciso intento di perderci. 
Quanta bellezza, in questa città così surreale. Potrebbero farmi quasi male gli zigomi per quanto sorrido. 
Ci fermiamo un momento per bere qualcosa, in fondo eravamo usciti proprio per andarci a prendere uno spritz. Il fatto che dall'agognato bicchiere ci separassero 200 chilometri e passa si è rivelato infine un ostacolo di poco conto.
È un momento di tranquillità pura, un regalo che ci concediamo, un brindisi e quattro chiacchiere, mentre lo sguardo vaga intorno intorno, senza nessuna fretta, pigro e abbacinato. La città galleggia, emerge e s'immerge, si sbriciola, sfugge. 




La nostra passeggiata riprende. Ci piace farci incantare. Il vociare, i ciottoli, le bancarelle, l'acqua, i palazzi, i ponti. L'ombra e il sole, il buio e l'oro, una via, un'altra ancora. E poi, all'improvviso, il silenzio. Beh, certo, se escludiamo i gabbiani. 
Chissà dove siamo andati a finire. Tu stai già immaginando di girarci un film, tra questi palazzi di mattoni. A me si è scaricata la macchina fotografica proprio quando il cielo cominciava ad arrossire.
È ora di cena, ormai, quando ci decidiamo a chiedere la via per il centro ad un passante solitario. 
“Siete dalla parte opposta” ci risponde “Vi siete persi?”
Succede, quando esci senza una bussola in tasca.




4 commenti:

  1. Che bello, che meraviglia! Scrivi e fotografa, Norma, che sai incantare...
    Certi ricordi sono davvero gioielli...

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  2. "Ci sono ricordi che mi porto addosso come gioielli"... è scattato il singhiozzo... te lo volevo dire!!

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  3. Perdere la bussola a volte funziona...

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  4. Bello anche perdersi e sorprendersi... :-)

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