martedì 26 aprile 2016

Il primo diario



Il 7 aprile 1994, Norma se ne tornò a casa con il suo primo diario. Non era certo un diario qualunque: aveva il lucchetto. Era fatto apposta per tenerci i segreti. Ora che il lucchetto non ce l'ha più, i segreti sono volati tutti via. 

Con il suo primo diario, Norma scoprì che le piaceva scrivere. Mettere una parola dopo l'altra e veder comparire un pensierino. Un pensierino dopo l'altro, e vedere prendere forma una storia, di una pagina sola, e con dentro almeno un animale parlante.
Scoprì che i diari, se glielo chiedi, veramente ti rispondono. Sotto il titolo inequivocabile di “Il diario risponde” comparivano consigli di buon senso del tipo “Cara Norma, non ti arrabbiare, si aggiusterà tutto, non essere triste, lo farai domani”, insomma, la voce dei genitori buttata giù con la mia calligrafia delle elementari. 
Scoprì che nei diari ci puoi appiccicare le cose e ritrovarle lì, ingiallite e stropicciate, 22 anni dopo. 




Quello fu il primo di una lunghissima serie di diari e l'inizio di un'abitudine che non ho più abbandonato. Non li ho mai contati e non li ho mai messi uno sopra l'altro per vedere se finalmente mi hanno raggiunto in altezza, ma un giorno lo farò. 


Ho sempre trovato rassicurante uscirmene di casa 
con un quadernetto nella borsa
Non sia mai mi venga in mente qualcosa di importantissimo che poi mi dimentico. Del resto, ci si dimentica di così tante cose. 
Il diario è una storia in divenire. Una storia intermittente, che a volte si interrompe e non ti spiegherà mai cosa è accaduto dopo. È una collezione di appunti veloci che poi non riesco a decifrare, di liste della spesa, di liste di colori, di umori, di desideri, è un monito, una scena. È un mondo – il proprio e di chiunque ci capiti in mezzo - che ci si porta appresso. Un altro, lo stesso, un mondo minuscolo dentro ad un mondo più grande.

Perché lo faccia, me lo chiedo spesso. È un vizio e un vezzo. 
Forse non lo faccio tanto per scrivere, quanto per capire. Forse ho bisogno di ricordarmi chi sono. A otto anni come a dodici, a diciassette e a ventitré, adesso. Ricordarmi che ci sono.



Penso al brivido che mi pervade quando trovo vecchie lettere, fogli sparsi di tanti anni fa, appartenuti a persone che nemmeno conosco, alla curiosità che non riesco a frenare quando il mio sguardo cade su un pezzettino di carta scritto a penna. Penso alla mia necessità impellente di acciuffarlo e leggerlo, scoprire cosa dice.
C'è una storia, ovunque ci sia uno sparuto gruppetto di parole, e io la devo leggere. 


Lo faccio per ricordare. 
Ricordare chi siamo.
Ricordare che ci siamo.



giovedì 7 aprile 2016

10 cose da fare dopo aver finito di guardare Breaking Bad





1. Fissare il muro col vuoto negli occhi.
2. Dirsi "Be', ora non ho più scuse per non pulire casa", ma non poterlo fare perché non si possiede questo oggetto
3. Imparare a memoria le 709 sfiziose curiosità che proprio non vi aspettavate su Breaking Bad, ripetute uguali in altrettanti siti di intrattenimento più o meno infarciti di pubblicità. La mia preferita è questa: www.savewalterwhite.com
4. Mandare messaggi di sconforto assoluto al fratello, che l'aveva già finito da tempo ma che fortunatamente non pratica la meschina arte dello spoiler.
5. Creare una graziosissima immagine col proprio nome e sovrapporla alla sigla di apertura della serie.



6. Andare in cantina a ripescare gli sparuti appunti di chimica delle superiori. Rendersi conto che non ci sono. Rendersi conto che sono passati quasi quindici anni. Ritornare al punto 1.
7. Rispondere alle domande del test "Quale personaggio di Breaking Bad sei?" e scoprire di essere Jesse Pinkman. Sorridere, perché tanto lo si era capito fin dal principio.
8. Iniziare a guardare un'altra serie.
9. Iniziare a guardarla di nuovo. 
10. Andare verso la libreria e scegliere il prossimo libro da leggere. 



E dire che ero quella che non guardava serie.


mercoledì 23 marzo 2016

Zen spicciolo per persone per niente zen

https://www.instagram.com/nuvolesulsoffitto/

Stamattina, io e Nervosismo Atavico (che, guarda caso, ha le mie stesse iniziali) siamo usciti per la nostra solita passeggiata per andare a prendere l'autobus. Questa passeggiata assolve alla triplice funzione di:
  • sgranchire le gambe
  • ascoltare estasiati il canto di un certo numero di volatili urbani
  • acquietare le mente
Peccato che l'ultimo punto ce lo scordiamo sempre.


Di solito accade così: suona la sveglia e noi, in all'incirca tre nanosecondi, abbiamo già elencato tutte le cose da fare in giornata, quelle che abbiamo fatto male il giorno prima, quelle che faremo male il giorno dopo. In più, abbiamo già provato, copione in mano, tutti i dialoghi che si svolgeranno nelle successive 24 ore, non sia mai ci si scordi qualche battuta fondamentale.

Siamo così pronti per la nostra bella passeggiata rilassante.

Ogni passo un pensiero. Ogni refolo di vento una paranoia. Arriviamo al lavoro un pochino tesi, ma tanto ci siamo abituati così.


Poi, un bel giorno, io e Nervosismo iniziamo a leggere dappertutto cose come “Vivi il momento!”, “Sii presente a te stesso!”, “Scopri come diventare una persona migliore grazie alla mindfulness!”, “Meditazione oggi: 5 minuti al giorno e addio stress – solo per occidentali”.
Il primo pensiero è stato rilanciare a nostra volta con un corso “Come diventare persone agitate e con la smania del controllo in sole 6 lezioni, guru con esperienza trentennale”. Poi ci siamo arresi. Quasi subito e per pochissimo tempo.


Quindi noi, che siamo zen come il tubetto del dentifricio strizzato male, ci siamo detti che, in fondo in fondo, provare a fare una passeggiata senza ammorbarsi troppo di pensieri poteva essere una cosa accettabile. Persino gradevole. Concentrarsi solo sui propri passi, sulla camminata. Fare spazio, fare silenzio.

Un passo, un pensiero – no, aspetta un attimo, adesso chi se ne importa di quella mail? Senti, c'è il merlo che canta. Un passo, una paranoia – no, ma ti pare, non ti odia, stai tranquilla! Ascolta il rombo del motore. Oh, guarda, un gallo! Questo clacson ha un suono melodioso. Tho? C'è l'annuncio di un imbianchino. In questa aiuola bistrattata stanno però crescendo le viole.

E così fino a che non sono arrivata alla fermata dell'autobus e quando il nonno vigile mi ha salutata, non ho capito cosa mi ha detto, ma gli ho prontamente risposto “Non riuscivo a capire che uccello era”.


Era una ghiandaia.

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